domenica 20 maggio 2007

Corsi Trimix PSS









CORSO TRIMIX 60


Il corso Trimix 60 metri è stato strutturato per soddisfare le esigenze di coloro che vogliono iniziare ad effettuare immersioni profonde utilizzando l’elio come gas nella miscela respiratoria. E’ fondamentale, in quanto nel corso Trimix 60 metri si forma la base sulla quale si costruirà il futuro delle immersioni con miscele ternarie dell’allievo.Inoltre in questo corso sono insegnate le nozioni teoriche fondamentali, necessarie per l’utilizzo di elio nelle miscele respiratorie.Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi con autorespiratore a circuito aperto, senza necessità della supervisione di un professionista, entro i limiti fissati per la subacquea tecnica, con le seguenti restrizioni:

  • profondità massima 60 metri;
  • durata totale della decompressione pianificata, inclusa risalita, non superiore a 90 minuti(anche in emergenza);
  • utilizzo di sole miscele binarie ossigeno-azoto e ternarie ossigeno-elio-azoto, con percentuale di ossigeno superiore al 20%-utilizzo di una o due miscele decompressive diverse da quella di fondo; la percentuale di ossigeno in tali miscele può variare dal 32% al 100%.


CORSO TRIMIX 80

Il corso Trimix 80 metri è una naturale prosecuzione del corso Trimix 60, rispetto al quale si aggiunge la difficoltà di utilizzare due bombole decompressive portate dal subacqueo. Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi con autorespiratore a circuito aperto, senza necessità della supervisione di un professionista, entro i limiti fissati per la subacquea tecnica, con le seguenti restrizioni:
  • profondità massima 78 metri;
  • utilizzo di sole miscele binarie ossigeno-azoto e ternarie ossigeno-elio-azoto, con percentuale di ossigeno superiore al 16%;
  • utilizzo di una o due miscele decompressive diverse da quella di fondo; la percentuale di ossigeno in tali miscele può variare dal 32% al 100%.

CORSO TRIMIX 100

Il corso Trimix 100 metri è una naturale prosecuzione del corso Trimix 80, rispetto al quale si aggiunge la difficoltà di gestire una miscela da viaggio, per via della leggera ipossicità della miscela di fondo.
Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi con autorespiratore a circuito aperto, senza necessità della supervisione di un professionista, entro i limiti fissati per la subacquea tecnica, con le seguenti restrizioni:

  • profondità massima 100 metri;
  • utilizzo di sole miscele binarie ossigeno-azoto e ternarie ossigeno-elio-azoto, con percentuale di ossigeno superiore al 12%;
  • utilizzo di due miscele decompressive diverse da quella di fondo; la percentuale di ossigeno in tali miscele può variare dal 32% al 100%.



Corso Decompression + Accelereted

E' vero abbiamo detto che qui si parla di solo trimix, però prima di arrivarci dobbiamo prima entrare nella subacquea tecnica….. questo è il primo passo per entrare in questo mondo vi offriamo la possibilità di frequentare i primi due livelli della piramide della subacquea Tecnica. Il primo corso e il Decompression Techniques Esso è quindi una tappa obbligatoria per l’acquisizione di una qualifica tecnica PSS.Il corso Decompression Techniques rappresenta una eccezionale opportunità di crescita nella carriera di ogni subacqueo esperto. La qualità delle conoscenze acquisite e l’applicazione pratica delle tecniche per immersioni che oltrepassano la curva di sicurezza, permettono di estendere consistentemente i limiti delle proprie possibilità, dando nel contempo una maggiore capacità autonoma di analisi dei rischi. Infine è in questo corso che sono apprese le tecniche base per fronteggiare alcune importanti situazioni di emergenza della subacquea tecnica. Esso è quindi una tappa obbligatoria per l’acquisizione di una qualifica tecnica PSS.Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi, senza necessità della supervisione di un professionista, entro la profondità massima di 45 metri, con la possibilità di oltrepassare la curva di sicurezza, purché la durata totale della decompressione (inclusa risalita) non superi i 30 minuti. Il successivo passo è il corso Accelerated Decompression Techniques rappresenta la naturale prosecuzione del Decompression Techniques. Le conoscenze e le tecniche acquisite in questo corso permettono di ridurre in modo significativo la durata della decompressione, grazie all’utilizzo di miscele iperossigenate.Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi con autorespiratore a circuito aperto, senza necessità della supervisione di un .professionista, entro i limiti fissati per la subacquea tecnica, con le seguenti restrizioni:
  • profondità massima 50 metri;
  • durata totale della decompressione pianificata, inclusa risalita, non superiore a 45 minuti (anche in emergenza);
  • utilizzo di sole miscele binarie azoto-ossigeno, con percentuale di ossigeno superiore al 20%;
  • utilizzo di una sola miscela decompressiva diversa da quella di fondo; la percentuale di ossigeno in tale miscela può variare dal 32% al 100%..

    Per poter partecipare al corso bisogna possedere i seguenti requisiti:
  • Brevetto deep diver PSS od equivalente;
  • Brevetto Rescue Diver PSS od equivalente;
  • Avere già svolto e registrato almeno 50 immersioni, fra le quali 20 o più o profondità fra i 30-40 metri;

D.W.E.L.L.E.R


Le acque di tutto il mondo nascondono relitti, che giacciono oltre le profondità consuete dell’attività subacquea ricreativa. È possibile immergersi in località remote, a profondità di cento metri ed oltre? Non è difficile, molti “cacciatori di relitti” lo fanno, ma con una nave appositamente attrezzata ed un team di professionisti. Possono farlo anche i subacquei che si immergono solo per proprio piacere, utilizzando le preziose “ferie” e pagando di persona le proprie spese? Per verificare praticamente questa possibilità la PSS Technical Training ha concepito il programma di ricerca “D.W.E.L.L.E.R.” Ricerca sull’esplorazione dei relitti profondi con attrezzatura leggera e limitata) .

I° esperimento D.W.E.L.L.E.R

Il primo esperimento pratico di questo programma si è potuto svolgere grazie alla collaborazione dell’Istruttore PSS Enzo Giannini, che con la Planet Divers opera da molti anni in Egitto su rotte inconsuete. Grazie ad una sua segnalazione, un team di validi subacquei tecnici PSS si è potuto recare sul piccolo reef di Daedalus.L’occasione era ottimale perché il luogo è molto remoto e la barca da crociera “Planet One” ben si presta a essere adattata all’immersione tecnica. Le pareti di Daedalus, inoltre, sprofondano verticalmente fino a oltre 60 metri, per poi cadere con forte pendenza a profondità abissali; vi era quindi una buona probabilità che un eventuale relitto fosse a profondità intorno ai cento metri, limite minimo imposto dai protocolli del programma di ricerca.Facevano parte del team la troupe del famoso regista Pippo Cappellano, per la parte documentaristica, ed i bravissimi fotografi Antonello Paone e Maria Pia Pezzali.Proprio per lo spirito del programma di ricerca, le scelte delle attrezzature non hanno potuto rispondere a criteri di configurazione ottimale, ma a quelli di ottimizzazione di quanto esistente in loco. La scelta per la miscela di fondo, ad esempio, è stata quella di abbinare due “consuete” bombole da 12 litri (in realtà sono di minore capacità) con dei blocchi di fissaggio, mantenendole indipendenti e dotando ogni bombola di un proprio erogatore e manometro. Anche per le miscele decompressive si sono utilizzate bombole in alluminio, della stessa capacità o di volume ridotto, disponibili sulla Planet One e che si possono anche noleggiare facilmente a Hurghada.Ogni subacqueo si immergeva con le proprie attrezzature preferite, in modo di avere una ampia disponibilità di variabili (muta stagna o semistagna, erogatori di diverso tipo e marca, ecc.), più confacente all’oggetto di studio del programma.La scelta di utilizzare più miscele decompressive rispondeva all’esigenza di potere sopperire in ogni momento alla eventuale mancanza di una di esse per malfunzionamento tecnico, senza allungare eccessivamente i tempi di decompressione. Le tabelle sono state appositamente elaborate per l’occasione, utilizzando un software commerciale con un algoritmo “a gas libero”, quindi con tappe decompressive che iniziano in profondità (prima tappa a 69 metri per il profilo tipo sopra esposto). I profili generati dal software commerciale sono poi stati inseriti in un foglio di calcolo in grado di plottare i gradienti di sovrasaturazione massima per 18 compartimenti di un algoritmo haldaniano classico - con periodi di emisaturazione fra 1 e 640 minuti - in modo da determinare delle correzioni standard da apportare alle soste meno profonde (dai 12 metri alla superficie), per ridurre le “asperità” della curva della tensione tissutale nei diversi compartimenti. Non ci sono stati incidenti di nessun tipo, né sensazioni anomale attribuibili a embolie “invisibili” (affaticamento, nausea, piccoli dolori articolari, ecc.).Ottime le cifre del lavoro svolto: sono state eseguite 73 immersioni-uomo sul relitto, con un totale di tempo di fondo di circa 20 ore (1.191 minuti), il che significa quasi 130 ore (7.743 minuti) di tempo totale di immersione, che diventano oltre 168 sommandovi la durata delle 40 immersioni-uomo di assistenza.Con questa intensa serie di immersioni il team è riuscito a documentare ed esplorare completamente il relitto “vergine” dello “Zealot”, uno splendido “spar-decked steamer”, cioè una nave a vapore attrezzata con alberi per le vele, simile al più famoso Carnatic, relitto molto frequentato dai subacquei e situato più a nord. Lungo 74 metri e con una capacità di carico pari a 1.328 tonnellate lorde, lo “Zealot” poteva navigare a 12 nodi di velocità, spinto dai 120 HP del suo motore a due cilindri di espansione. Affondò il 14 ottobre del 1887, dopo avere urtato il reef di Daedalus alle 5:49 di mattina. Per fortuna non ci furono perdite di vite umane, né fra i 2 passeggeri né fra i 53 membri dell’equipaggio. Il suo prezioso carico di balle, casse e oltre 100 tonnellate di ferro (per un valore totale di circa 25.000 sterline al tempo) è oggi sparso sul fondo, fra 100 e 110 metri di profondità.Questo primo esperimento del programma Dweller di PSS Technical Training ha dimostrato come condurre una seria ed esauriente ricerca e documentazione di relitti molto profondi in Mar Rosso non sia né un azzardo né impossibile. Al contrario è una reale e concreta possibilità cui tutti i subacquei tecnici, purché dotati di una buona preparazione di base e della dovuta esperienza, possono partecipare, grazie alla crescita delle risorse disponibili localmente.Una delle ragioni dell’ottima riuscita di questo esperimento discende direttamente da una caratteristica della didattica PSS Technical Training: l’addestramento “adattativo”. Questo tipo di formazione, nel contesto odierno, costituisce una peculiarità PSS. All’interno del percorso didattico che porta al raggiungimento dell’ambito brevetto Trimix 100 metri, infatti, gli allievi dei cosi tecnici devono provare diverse configurazioni di attrezzature, varie miscele e più algoritmi decompressivi. In definitiva invece di insegnare un “metodo” basato su rigide codifiche comportamentali e di configurazione di attrezzature, in PSS Technical Training si insegna il “metodo” della predominanza della conoscenza e della razionalità sulle attrezzature e sulle disponibilità. Il percorso formativo è sicuramente più lungo e complesso, in quanto bisogna sviluppare una profonda conoscenza e una grande pratica di molti sistemi, ma alla fine si raggiunge un livello di qualità tale da permettere di adattarsi a qualunque situazione, senza avere l’insensata pretesa che sia la situazione … ad adattarsi alle proprie esigenze.In conclusione anche per i subacquei tecnici che si immergono per proprio piacere, è iniziata l’era dell’esplorazione dei relitti profondi delle calde acque del Mar Rosso. Il programma D.W.E.L.L.E.R. è stato concepito e reso operativo da PSS Worldwide proprio per dare un cordiale “benvenuti” a tutti coloro che decideranno di esplorare le calde acque dell’ancora vergine fascia profonda di questo sorprendente mare.
D.W.E.L.L.E.R - POLLUCE
Polluce” È con orgoglio che PSS Worldwide vi presenta una seconda “impresa” di un team di subacquei formati in PSS Technical Training ed appartenenti al Programma di Ricerca “D.W.E.L.L.E.R.”, diretto da Stefano Ruia. Si tratta delle immersioni per la documentazione del recupero del tesoro del Polluce, l’unico relitto di nave italiana che nasconde un tesoro.Numerosi quotidiani e riviste, “di settore e no, ne hanno diffusamente parlato. All’operazione di recupero del carico del Polluce ha provveduto una fruttuosa sinergia fra pubblico e privato. In pratica i lavori di recupero sono stati finanziati e condotti, sotto l’attento controllo delle istituzioni (M.B.A.C. – S.T.A.S. – SBAToscana – CC TPC – M.M.), da un consorzio di privati (HDS Italia – Marine Consulting – C.N.S. – Capmar Studios), che in cambio ha ottenuto il diritto di organizzare, per un determinato periodo di tempo, mostre e proiezioni sulle operazioni.La documentazione delle attività è stata affidata alla Capmar Studios di Roma che ha chiamato il team D.W.E.L.L.E.R. per organizzare, svolgere e supervisionare le immersioni del team di ripresa, l’unico autorizzato a scendere sul relitto a circa cento metri di profondità.

ATTREZZATURA PER CORSO TRIMIX

Come sappiamo, per poter praticare questo tipo di immersioni, necessitiamo di una attrezzatura diversa, da quelle che usiamo normalmente nelle nostre immersioni ricreative. Di seguito viene elencato un classico equipaggiamento adatto per un corso Trimix

Equipaggiamento per corso trimix
Durante le immersioni in acque libere ogni partecipante deve indossare:
  • pinne;
  • maschera;
  • maschera di riserva;
  • aeratore rimovibile;
  • muta con protezione termica adeguata;
  • zavorra;
  • due erogatori separati (INT o, meglio, DIN 200) - il secondo stadio principale deve essere provvisto di frusta lunga almeno 1,5/2 metri (60-80 inches);
    – ogni erogatore deve disporre di manometro subacqueo;
  • giubbetto equilibratore in grado di sostenere un bibombola con sistema di gonfiaggio a bassa pressione; la capacità di spinta del sacco deve essere di almeno 25 kg (55 pounds);
  • dispositivo di segnalazione di emergenza;
  • bussola;
  • doppio sistema di misura della profondità e del tempo o doppio computer d'immersione (meglio se con la funzione “bottom timer” o “gauge”);
  • erogatore (INT o, meglio, DIN 200) per bombola decompressiva, completo di manometro;
  • imbracatura per bombola decompressiva (vanno benissimo anche quelle “da viaggio” di Dive System o Best Divers);
  • una lampada subacquea principale (meglio se a batterie ricaricabili) e una di riserva (meglio se a batterie usa e getta);
  • due utensili da taglio di tipo diverso (coltello o tagliasagole o forbici o "Z-knife");
  • cimetta per corrente (jon-line);
  • mulinello con cima di lunghezza di almeno 50 metri (165 feet);
  • rocchetto (spool) con cima di almeno 22 metri (75 feet);
  • pallone di superficie (qualsiasi colore meno che giallo) con spinta minima di 20 kg (45 pounds);
  • pallone di emergenza di colore giallo, con lavagnetta e matita specifici.
  • lavagnetta subacquea e matita.

Helio Olio e Peperoncino


Chi dice che la subacquea tecnica è formata solo da super uomini?? Il gruppo Helio Olio e Peperoncino, dove la subacquea tecnica è sicura, rigorosa e divertente, è nato dal primo corso 'ufficiale' Trimix 60 PSS che si è svolto dal 18 al 25 febbraio 2007 a bordo del M/y Planet One, in Mar Rosso
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Caccia di relitti o di guai?


A caccia di relitti di Luca Sasdelli

Da alcuni anni su varie riviste di settore o su internet sempre più subacquei scoprono relitti o fanno ricerche per la loro individuazione. Ma si possono effettuare queste ricerche?

La tutela dei beni culturali
E' noto a tutti come l’attività di tutela dei beni culturali (tra questi rientrano, dopo la ratifica del “Codice Urbani”, anche le navi d’interesse storico e quelle che hanno più di 75 anni di età) spetti alle competenti soprintendenze archeologiche mediante la ricerca, lo scavo ed il recupero di tali beni sull’intero territorio nazionale, comprese le acque interne e quelle marittime. Queste attività rientrano nei compiti istituzionali del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ai sensi testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali di cui al decreto legislativo n. 42/2004.
E' altrettanto noto però come, per carenza di provvedimenti organici e per l’attitudine culturale a considerare prioritarie le ricerche sulla terra ferma, l’attività di ricerca subacquea sia stata solo occasionalmente oggetto di attenzione da parte delle strutture ministeriali. Sostanzialmente si ritiene che i beni sommersi siano più al sicuro di quelli sulla terraferma.
D’altra parte ci si rende conto che tale atteggiamento deve essere rapidamente superato, visto che oggi i processi tecnologici consentono il recupero di giacimenti culturali presenti in modo significativo nelle acque, cosa che prima non era possibile per i limiti connessi alle tecnologie stesse. Non è un caso che oggi si “scoprano” (anche se spesso si tratta di “riscoperte”) molti relitti un tempo dispersi.
I danni dei “dilettanti”
D’altra parte questi progressi tecnologici – nel momento in cui giungono alla portata di “chiunque” - fanno sì che gli stessi giacimenti culturali, se non tutelati e recuperati dalle competenti autorità preposte, restino inevitabilmente esposti a ricerche clandestine e quindi a furti, vedasi la vicenda assai nota del prezioso carico sul relitto del piroscafo Polluce, il cui processo si è aperto da poco tempo.
Sotto un altro aspetto, inoltre, bisogna registrare un sempre crescente interesse per questo specifico settore della ricerca archeologica da parte di persone non ufficialmente preposte a svolgere il compito. Ciò da un lato consente una rilettura della storia sulla base dei risultati dei ritrovamenti, ma dall’altro– paradossalmente - presenta il rischio, se le ricerche e i ritrovamenti non saranno condotti con criteri scientifici, di produrre danni irreversibili al patrimonio archeologico e storico.
Il fenomeno è ampiamente conosciuto e le stime parlano di migliaia di relitti di navi, alcune risalenti anche al primo millennio avanti Cristo, presenti in prossimità delle nostre coste ed interessate da questo danneggiamento. Lo stesso Consiglio d’Europa se ne è occupato sin dal 1978 con la raccomandazione n. 848 dello stesso anno e l’Organizzazione delle Nazioni Unite, nella Convenzione sul Diritto del Mare svoltasi a Montego Bay il 10 dicembre 1982, resa esecutiva nel nostro Paese dalla legge 2 dicembre 1994 n. 689, ha raccomandato agli Stati di estendere la legislazione statale relativa ai ritrovamenti archeologici anche agli spazi marini.
Si ipotizza che nel sommerso possano ritrovarsi ancora beni in numero maggiore di quelli conservati in tutti i musei di Francia, Grecia, Italia e Spagna messi insieme! Ciò è di particolare rilievo per il nostro Paese che, per ragioni storiche e geografiche, è quello in cui è presumibile che esistano le più significative presenze sommerse. E sufficiente ricordare al riguardo alcuni clamorosi ritrovamenti, come i «Bronzi di Riace», la nave romana rinvenuta intatta nelle acque antistanti l’antica città di Aquileia, nonché il ritrovamento di altre statue bronzee nel mare di Brindisi e il satiro danzante di Mazara del Vallo, casualmente rimasto impigliato nelle reti di pescatori del luogo. Ovvio quindi che la ricerca “abusiva” non sia permessa.
La ricerca
Resa evidente la necessità che lo Stato ha di difendere il suo patrimonio sommerso, torniamo alla domanda iniziale, che ogni subacqueo si fa mentre sogna di trovare un relitto vergine: «posso fare ricerche?» Prima di tutto bisogna chiarirsi sul termine: cosa si intende però per “ricerca”?
Non è possibile fornire una definizione esaustiva, che possa comprendere e risolvere tutte le possibili ipotesi che la realtà è in grado di prospettare; si può tuttavia cercare di rintracciare delle “linee guida”. In primo luogo nel concetto di “ricerca di un relitto” è insito il principio di “trovare”, “cercare” o “scoprire” qualcosa di ignoto, sconosciuto, mai ritrovato prima. In termini legali pare pertinente che si debba parlare di ricerca solo quando si opera per ritrovare un “quid novi”. In parole semplici si può dire che per parlare di “ricerca” si debba prospettare il caso di un bene ignoto sia nella consistenza o ubicazione, o noto nella consistenza ma di cui è ignota l’ubicazione o, nota l’ubicazione ne è ignota la consistenza.
E' evidente quindi che non si possa parlare di “ricerca” laddove ci si trovi di fronte ad un bene noto ed ubicato in un luogo conosciuto. Questi relitti sono visitabili senza problemi. Ma la definizione di ricerca comporta anche il dovere chiarire cosa significhi “conosciuto”.
Contrariamente a quanto possano pensare molti subacquei, “conosciuto” non significa che qualcuno – genericamente - già ne sia a conoscenza, o che sia apparso su una rivista o su Internet. I principi generali in materia di beni culturali sanciscono che un bene di cui siano noti ubicazione e consistenza può essere considerato bene culturale “rinvenuto” solo se sia stato già segnalato alle competenti autorità.In definitiva, quindi, si intende “ricercato” un bene culturale anche nel caso che detto bene sia noto ad una o più persone (si immagini i pescatori di un certo tratto di mare), ma mai segnalato alle competenti autorità. Si tratta di ricerca quindi anche nel caso in cui un pescatore accompagni un subacqueo su una “afferratura” non segnalata alle autorità. E' facile comprendere la ragione di tale principio: l’autorità pubblica, non essendo stata debitamente informata ai sensi dell’art. 90 (scoperte fortuite), non ha potuto intraprendere le iniziative più idonee a tutela del bene, che così rimarrebbe esposto al danneggiamento o al saccheggio.
Diversamente se il bene è “noto” nei termini sopra indicati e ne sia stata quindi data doverosa segnalazione alle autorità competenti, lo stesso può essere cercato e visitato. In tal caso infatti – fermo restando che è punito il furto o il tentato furto di beni culturali – pare non potersi sopprimere un “diritto di visita” da parte di chi sia interessato alla visione di tale bene; ciò, ovviamente, se non in contrasto con eventuali provvedimenti amministrativi (quali ordinanze della Capitaneria di Porto) posti a tutela e salvaguardia del bene stesso.
Condotta della ricerca
Chiariti i termini con i quali possa essere definito il bene oggetto della ricerca, resta da vedere quale sia “l’attività” di ricerca e quando la stessa violi il divieto di cui all’art. 175 del Dl.vo 42/2004 (Violazione in materia di ricerche archeologiche). Nel diritto penale vige il principio per il quale si è punibili qualora si ponga in essere una condotta potenzialmente offensiva del bene tutelato dalla norma penale (Cd. Principio di offensività). A contrario la punibilità è esclusa quando è impossibile l’evento dannoso o pericoloso e ciò per la inidoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto di essa. Da tale principio pare quindi desumersi che non possano essere ritenute punibili ricerche meramente documentali e storiografiche (per esempio in archivi storici aperti al pubblico) circa l’individuazione di beni culturali e della loro ubicazione e fini a sé stesse.
Ben diversa sarebbe da valutarsi la condotta di chi si mette in mare per la ricerca di beni culturali, sulla scorta di ricerche documentali fatte in proprio, fatte da terzi o sfruttando le conoscenze di chicchessia conseguite per esperienze personali. Insomma non agisce nel rispetto della legge chi si mette alla ricerca di un relitto sulla base di una “soffiata”. Da notare come siano perseguibili anche i soggetti che forniscono tali informazioni, qualora fossero a conoscenza degli intenti del “ricercatore abusivo”.
Il fatto che chi si metta in mare “alla ricerca” sia dotato o meno di attrezzature idonee per individuare la posizione del relitto (side scan sonar, ecoscandagli sofisticati, ecc.) e per il raggiungimento delle profondità necessarie (ROV, attrezzature trimix, ecc.) sono elementi importanti per provare che si è in presenza di una ricerca non autorizzata, ma ciò non è sempre necessario. Nel caso in cui un bene fosse casualmente rintracciabile su un basso fondale si opererebbe infatti una ricerca abusiva anche se in assenza di materiale tecnologico particolarmente sofisticato.Ci preme sottolineare come alla diffusione di notizie di “scoperte” di nuovi relitti si accompagnino talvolta foto con elementi (campana, parti del carico, ecc.) portati in superficie, prova evidente di un danno procurato al bene dello Stato.
Vige il divieto assoluto di asportare oggetti dai siti archeologici e/o relitti, in quanto detti beni fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato. In caso di asportazione di parte di relitti o reperti si andrà incontro al reato di impossessamento di beni culturali, punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da Euro 31 ad Euro 516,50. Si cade quindi nel penale. A parziale mitigazione di tale principio e pur sempre nel rispetto del superiore e fondamentale principio di cui all’art. 91 che proclama che i beni di cui all’art. 10 del citato D.L.vo "da chiunque ed in qualunque modo ritrovati nel sottosuolo o nei fondali marini appartengono allo Stato...", con l’art. 90 disciplina le "scoperte fortuite" dei beni di cui si tratta e gli obblighi che incombono sullo scopritore riconoscendo però a questi un “premio” secondo le regole ed i criteri di cui agli artt. 92 e 93.
Ovviamente i singoli fatti di vita reale possono porre dubbi circa la natura dell’attività espletata di volta in volta dal subacqueo, ma sono questioni che troveranno la loro soluzione su come si interpreteranno i fatti accertati, restando però fermi i principi generali sopra esposti.Alla fine di queste brevi note è chiaro che qualcuno possa non essere soddisfatto dalle conclusioni. Di ciò ne è consapevole anche il legislatore e in parlamento nelle precedenti legislature sono stati presentati diversi disegni di legge, aventi per oggetto proprio una più precisa regolamentazione in materia.
RELITTI PIU' RECENTI
Cosa succede per le navi con meno di 75 anni di età? Nel testo si cita il Codice Urbani, che tutela le navi d’interesse storico e quelle che hanno più di 75 anni di età. A questo punto qualcuno potrebbe pensare che i relitti della II guerra mondiale e più recenti non rientrino nella normativa. Ma non è così. Il codice, seppure non abbastanza semplificativo, ha dei punti cardini molto chiari: l’art. 91 del DL. 42/04 stabilisce che le cose indicate nell’art. 10, da chiunque ritrovate e in qualunque modo nel sottosuolo o sui fondali marini, appartengono allo Stato. Appare evidente che il relitto della II guerra mondiale, e quelli di epoche successive, trovandosi in acque territoriali italiane, appartengano allo Stato. Sarà quindi il competente Ministero, avuta notizia della scoperta, a dichiararne l’interesse storico e/o artistico, a vietarne la visita, ecc. Solo se dichiarato senza interesse storico e/o artistico il relitto potrà essere considerato “libero”, ma pur sempre di proprietà dello Stato Italiano.
L'autore dell'articolo
Luca Sasdelli, istruttore, subacqueo tecnico, grande appassionato di relitti, in servizio a Firenze presso il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri ci aiuta a trovare una risposta a questa domanda in questo articolo pubblicato sulla rivista 'Il Subacqueo'. Luca ha seguito da presso le vicende del Polluce e ha quindi affrontato questi temi anche dal punto vista delle convenzioni internazionali.

Subacquea Rec o Tek

Subacquea “Ricreativa” e “Tecnica” quale é la differenza?
di Stefano Ruia

Quale è la linea di confine fra immersioni “ricreative” ed immersioni “tecniche”? Essa è molto più definita di quanto si possa pensare; l’apparente sovrapposizione dei due campi deriva unicamente da una confusione di idee. Ogni tecnica subacquea, compreso l’utilizzo di miscele diverse dall’aria, può essere usata in varie situazioni, che possono spaziare dall’immersione a pochi metri di profondità fino alle lunghe penetrazioni di speleologia subacquea.
Non è quindi la tecnica usata, ma il tipo di immersione a determinare la differenza.
Le immersioni ricreative e quelle professionali
Cosa si dovrebbe intendere realmente per “immersione ricreativa”? Letteralmente il significato è quello di “immersione svolta per piacere personale”. Non c’è dubbio quindi che ogni immersione svolta da un subacqueo appassionato sia una immersione “ricreativa”. Anche se l’appassionato in questione è uno speleosub od un frequentatore di relitti profondi. All’opposto, una immersione professionale può essere considerata quella di chi la svolge per fini di lucro, cioè guadagnando in questa attività. Oltre ai sommozzatori professionisti, nella tipologia professionale ricadono le immersioni degli istruttori con gli allievi dei corsi, quelle delle guide, quelle dei fotografi subacquei al lavoro e quelle dei membri delle spedizioni di esplorazione o ricerca. Insomma chi svolge un compito preciso ha in genere una finalità professionale (anche se l’immersione costituisce per lui un piacere), mentre chi si immerge per “vedere cosa c’è” ha una finalità ricreativa, che sarebbe meglio definire “turistica”. La differenza è netta, perché nel primo caso ha molta più importanza il raggiungimento dello scopo che l’immersione in sé. Recentemente alcuni Istruttori hanno partecipato ad una spedizione per l’esplorazione di un relitto, segnalato da alcune persone locali. Giunti sul posto con tutte le attrezzature pronte per l’immersione profonda (circa 120 metri) ci si è resi conto che il punto segnalato non corrispondeva affatto con il relitto cercato. Sebbene tutti i componenti della spedizione ambissero solo ad immergersi, i pochi giorni utili sono stati spesi alla ricerca del punto preciso, senza poter entrare in acqua. Nessuno dei partecipanti (si noti che la spedizione era autofinanziata) si è lamentato per quanto successo. Non credo che un gruppo di subacquei “turisti” che parta per una settimana di immersioni e non le possa svolgere farebbe altrettanto!
I tre livelli delle immersioni ricreative
Abbiamo ora compreso come la maggioranza dei subacquei svolga comunque immersioni ricreative. Resta da definire il livello di difficoltà delle stesse. Semplificando l’argomento, possiamo considerare tre grandi livelli di difficoltà. Il livello più semplice è quello del subacqueo non autonomo, l’intermedio è quello del subacqueo autonomo che si immerge nei limiti tradizionali di sicurezza mentre il più complesso è quello del subacqueo autonomo che si immerge oltre uno o più di questi limiti. Può sembrare banale, eppure questa divisione è estremamente importante. Alla sua cattiva comprensione o alla sua mancata conoscenza si possono attribuire molti dei “mali” della subacquea odierna. Vediamo alcuni esempi pratici.
Confusione fra livelli
Un esempio evidente di confusione fra il primo ed il secondo livello, sono i corsi svolti in pochi giorni nei villaggi vacanze. Sebbene il pubblico realmente voglia solo imparare ad immergersi nel più breve tempo possibile, sempre e comunque sotto la guida di un professionista, i centri gli vendono un corso per subacqueo “autonomo”. Analogamente si fa spesso confusione fra secondo e terzo livello. Molte volte durante la preparazione delle attrezzature, i subacquei “tecnici” si sentono dire: “Non so proprio come facciate a scendere con tutte quelle bombole, io non ci riuscirei proprio. Ed è pure molto pericoloso! Ma chi ve lo fa fare?”. Magari queste affermazioni provengono da subacquei che, con l’equipaggiamento tradizionale, svolgono immersioni fuori curva di sicurezza, con decompressioni anche di quindici minuti! Nel tempo della decompressione chi rischia di più: un subacqueo che può respirare solo della propria bombola od uno che ha più riserve disponibili e che, grazie all’utilizzo di una miscela diversa, può ridurre quei quindici minuti a dieci o persino a cinque? Varcare uno dei limiti tradizionali porta automaticamente (per definizione) l’immersione dal secondo al terzo livello di difficoltà. In questo caso fattori importanti ma spesso trascurati nel secondo livello, come l’accurata programmazione dell’immersione, diventano essenziali per la sicurezza del subacqueo. Approfondiamo quindi quali siano i limiti tradizionali.
Immersioni in curva di sicurezza
Certamente il limite più importante (ma anche quello, purtroppo, più facilmente superato) è la curva di sicurezza. Alla base delle tecniche di emergenza insegnate nei corsi di primo livello vi è l’ipotesi che il subacqueo possa risalire in ogni istante direttamente in superficie. Certo l’insegnamento della risalita di emergenza controllata nuotando perde di valore se il subacqueo deve ancora effettuare venti minuti di decompressione! Quindi se si intende superare anche di un solo minuto la curva di sicurezza, si ricade nell’immersione tecnica, che obbliga a pianificare il profilo della stessa, il programma di decompressione (con gli eventuali programmi di emergenza) e persino la configurazione di attrezzature necessaria per risolvere eventuali problemi. Immaginate un esaurimento d’aria od un’improvvisa interruzione della sua erogazione a causa, per esempio, dell’ostruzione del tubo di pescaggio. Cosa potreste fare se non avete una riserva di aria separata e dovete ancora fare decompressione? Nessuna configurazione tradizionale adottata dai subacquei permette individualmente di risolvere questo problema, se non affidandosi completamente al compagno. E cosa si può fare se è necessario effettuare la decompressione, c’è corrente non si trova più la cima di risalita? Dovrete disporre di mulinello e pallone. Ecco quindi che superare il limite della curva di sicurezza impone di avere a disposizione riserve di gas, attrezzature speciali e di pianificare accuratamente il consumo.
Accesso diretto alla superficie
Un corollario alle immersioni in curva di sicurezza è quello dell’accesso diretto alla superficie. Lo scopo di rimanere nei limiti della curva di sicurezza è quello di garantire un’immediata risalita diretta alla superficie. Ovvio quindi che se siamo penetrati nei meandri di un relitto o di una grotta e non vediamo più l’uscita, non siamo in grado di raggiungere la superficie direttamente, anche se la profondità alla quale ci troviamo è di pochi metri! Per questo si distingue fra immersioni in grotta (“cavern diving”), cioè negli antri illuminati dalla luce solare, ed immersioni speleosub (“cave diving”), cioè in anfratti od in zone buie. Oltre all’ampiezza dei passaggi, l’elemento chiave è che il subacqueo in difficoltà possa raggiungere la superficie seguendo solo la direzione della luce.
Il sistema di coppia
Un altro fondamento delle tecniche didattiche di tutti i corsi iniziali è l’utilizzo del sistema di coppia. In genere durante i corsi è data molta enfasi all’attuazione di questo sistema durante la vestizione od il controllo delle attrezzature. È altrettanto (abbiamo qualche timore nello scrivere un più realistico “molto più”) importante dare enfasi all’applicazione delle regole del sistema di coppia in acqua! Quante volte si vedono due compagni d’immersione nuotare a discreta distanza fra loro? E pensare che bisognerebbe sempre restare a portata di braccio! L’immersione solitaria (“solo-diving”) è un’attività non molto più rischiosa di quella in coppia, se praticata con le dovute tecniche. Si tratta tuttavia di tecniche non insegnate nei corsi tradizionali, quale l’uso della maschera granfacciale per evitare di annegare in caso di crisi iperossica.
Una sola miscela con percentuale di ossigeno fra il 21% ed il 40% e PO2 massima di 1,4 bar
Un altro limite tradizionale è quello dell’utilizzo di una sola miscela respiratoria, con percentuale di ossigeno fra il 21% ed il 40% e PO2 massima di 1,4 bar, per tutta l’immersione. Una sola miscela respiratoria impedisce di commettere errori e quindi di trovarsi in situazioni pericolose, per esempio respirare la miscela errata per la profondità alla quale ci si trova. La percentuale di ossigeno superiore al 21% garantisce contro la possibilità di ipossia, una situazione pericolosissima per via della rapidità di azione, come approfondito in passato. La percentuale fino al 40% consente di non applicare particolari precauzioni nella gestione dell’ossigeno e delle attrezzature. Inoltre, insieme al limite di 1,4 bar per la PO2, ci permette di evitare approfonditi calcoli di esposizione ai diversi gas. Per considerare l’esposizione ai gas inerti si utilizzano, infatti, tabelle precalcolate o computer d’immersione. Mantenendo l’ossigeno sotto il 40% abbiamo visto (in altri numeri della rivista) che sono possibili tre immersioni di un’ora ogni giorno, quindi i calcoli dell’esposizione a questo gas non sono più necessari. Nelle immersioni tecniche, si utilizzano invece percentuali e pressioni parziali di ossigeno superiori, obbligando ad un dettagliato calcolo dell’esposizione a questo gas.
La profondità
Un altro limite tradizionale è la massima profondità di 40 metri. In questo caso tuttavia la motivazione del limite non è ben definita. Se infatti si considerano i quaranta metri come distanza da percorrere per tornare in superficie, sarebbe più raccomandabile un limite inferiore, intorno ai trenta metri. Se invece si ritiene che il limite sia dovuto alla possibilità di un alto grado di narcosi da gas inerte, sarebbe opportuno definirlo con la pressione parziale di azoto o, meglio, con la pressione equivalente ad aria. Infatti se usassimo una miscela di ossigeno, azoto ed elio, potremmo tranquillamente svolgere immersioni a 40-45 metri, con un grado di narcosi paragonabile a quello dei 30 metri ad aria. Ovvio comunque che una immersione a 80 metri, anche se svolta con una miscela tanto ricca di elio da essere paragonata ai 30 metri ad aria, resta comunque una immersione difficile e ben oltre la portata dei subacquei tradizionali! In questo caso tuttavia ci viene in aiuto il limite della curva di sicurezza, che scatterebbe ben prima di aver raggiunto gli ottanta metri.
Sistema aperto
Un altro limite è quello posto dall’utilizzo di un sistema a circuito aperto. Immergersi con un rebreather richiede un particolare addestramento, per via dei potenziali alti rischi di ipossia (soprattutto) od iperossia. Ciò vale sia per i fantastici apparecchi chiusi, sia per i meno vantaggiosi semi-chiusi che oggi si stanno diffondendo.
Condizioni ambientali accessibili
L’ultimo limite è posto dalle condizioni ambientali. Immergersi con una fortissima corrente, in un fiume, con visibilità nulla, sotto i ghiacci, con forti onde richiede tecniche specifiche, che non sono insegnate o sufficientemente approfondite nei corsi tradizionali.
Rec-Tek?
Abbiamo stabilito quindi una netta divisione fra immersioni tradizionali ed immersioni tecniche, sulla base dei limiti di sicurezza. Ecco perché una immersione o è tradizionale o è tecnica, non esistono commistioni!

Assistenza di superficie

L’assistenza di superficie
di Stefano Ruia

L’assistente di superficie è una figura che con il passare del tempo sta assumendo un ruolo sempre più importante in tutte le attività subacquee.
Nel secolo scorso (anche se si tratta solo di qualche decina di anni fa) gli assistenti di superficie dei subacquei erano catalogabili in due grandi categorie: i barcaioli veri e quelli improvvisati. Al primo gruppo appartenevano in genere vecchi pescatori che trovavano comodo incassare qualche lira, valuta allora in uso, e talvolta qualche pesce solo per portare in barca i pescatori subacquei a immergersi su una secca.
Quando il gruppo di amici subacquei raccoglieva il gruzzolo necessario all’acquisto di gommone, motore fuoribordo e carrello faceva a meno del vecchio pescatore e delle sue - tipiche – lamentele, disponendo finalmente di un mezzo proprio. Il difficile diventava a questo punto reperire qualcuno che restasse sull’imbarcazione per sovrintendere alla sicurezza dei subacquei in acqua e, soprattutto, delle cose lasciate a bordo e del mezzo stesso. Ecco quindi che si approfittava di ogni occasione: proporlo a un conoscente casuale che si era detto “interessato” alla subacquea (i migliori, in quanto davano anche una grossa mano a issare a bordo tutti i gruppi senza lamentarsi…), circuire una moglie prospettandole un ottimo “bagno di sole” anche se si sapeva benissimo che avrebbe piovuto e così via. In definitiva l’unica cosa che accomunava i soggetti del secondo gruppo era che in genere non sapevano pressoché nulla di subacquea e spesso non erano nemmeno capaci di mettere in moto il fuoribordo. Aveva senso un’assistenza di superficie come quella? Si, ma solo come “guardiani” del gommone.
Sull’altra sponda della subacquea i sommozzatori professionisti svolgevano immersioni disponendo in superficie di barche, se non navi, appositamente attrezzate. Nelle immersioni più impegnative era il “Dive Supervisor” a indicare, dalla superficie, al sommozzatore quando e a che quota risalire. L’operatore in acqua non sapeva nemmeno a che ora sarebbe riemerso. L’assistenza di superficie era quindi elemento portante e indispensabile di questo tipo di immersioni. Disporre nella subacquea ricreativa di un’assistenza paragonabile a quella del campo professionale sarebbe molto dispendioso e toglierebbe certamente il fascino di “piena libertà” di cui sono pregne tutte le nostre immersioni.
D’altra parte non possiamo certo accontentarci di avere in superficie solo i “cani da guardia” della nostra imbarcazione. Un’assistenza qualificata, preparata ed efficiente è un importante requisito di sicurezza in tutte le immersioni, soprattutto se svolte a scopo didattico.
L’assistente “qualificato”
Ma cosa dobbiamo intendere per assistenza “qualificata”? Tutte le agenzie didattiche hanno stabilito precise norme che individuano quando un assistente possa intendersi “qualificato”. Ma la loro è una esigenza specifica, infatti l’utilizzo di uno o più assistenti qualificati durante l’addestramento permette di aumentare il massimo numero di allievi per istruttore. Se non si desidera sfruttare questa opportunità, non c’è alcun bisogno che una persona rispetti i requisiti imposti dalle agenzie didattiche per svolgere il ruolo di assistente “generico”. Premessa quindi questa importante differenza fra assistente “qualificato” e assistente “generico”, approfondiamo le caratteristiche che dovrebbe avere questo ultimo tipo di assistente, ma che sono sicuramente utili anche al primo.
Chi frequenta o ha frequentato un club subacqueo sa che molti soci amano passare il proprio tempo libero dando una mano alla gestione dei corsi e delle attività extracorso. Si tratta, in poche parole, di volontariato subacqueo. Queste volonterose persone possono darci una grande mano nella gestione in sicurezza della fase acquatica di una immersione, per esempio esplorando un’area e stabilendo un percorso subacqueo interessante che gli allievi dovranno poi seguire o agendo come elementi della gestione della sicurezza (safety diver). Ovviamente requisito minimo per potere operare nella sicurezza è di avere una buona esperienza e di avere frequentato con successo un corso Rescue Diver (nel quale in genere questi “volontari” subacquei eccellono). La responsabilità del gruppo ricadrà sempre e unicamente sulle spalle dell’istruttore o dell’assistente “qualificato”, che devono esser sempre presenti in acqua. Altro tipo di safety diver è l’apneista, che risulta elemento prezioso per seguire dall’alto le evoluzioni di una coppia di subacquei principianti impegnata in esercizi di navigazione a poca profondità.
Un assistente generico può anche non essere un safety diver. Possiamo fare l’esempio di un assistente di superficie, che aiuta i subacquei durante la fase di vestizione. Tuttavia questa persona deve avere una grande cultura di attività subacquee, anche se non è necessario che sia brevettata come subacqueo. Infatti per potere assistere con efficacia chi si immerge bisogna parlarne correttamente la lingua. Non sapendo come le attrezzature siano configurate, per esempio, si potrebbe disporle involontariamente in modo anomalo, complicando lo svolgimento dell’immersione all’assistito e persino riducendo i margini di sicurezza.
Immersioni da barca
Nelle immersioni da riva, se svolte a scopo didattico, un assistente qualificato è molto più utile di uno generico. Approfondiamo quindi il ruolo dell’assistenza di superficie nelle immersioni da barca.
Gli assistenti improvvisati di una volta (conoscenti, mogli o fidanzate) a bordo delle imbarcazioni utilizzate per raggiungere il punto d’immersione, raramente sapevano immergersi e talvolta non erano nemmeno in grado di avviare il motore della barca e spostarla. Il che obbligava il subacqueo a risolvere da solo ogni problema. Oggi invece sulle imbarcazioni dei diving center resta sempre almeno una persona in grado di manovrare la barca, in modo da potere soccorrere un subacqueo in difficoltà. Per la verità questo requisito è imposto su tutte le imbarcazioni di appoggio ai subacquei dalle attuali ordinanze delle Capitanerie di Porto.
In barca l’assistente può essere molto utile, purché, come visto, sappia in che modo svolgere i compiti assegnatigli. Ma non basta perchè spesso è la divisione in gruppi a rendere più difficile la vita all’assistenza in barca. Questo è un grosso problema che spesso ci si trova ad affrontare. Alcuni subacquei hanno un brevetto di livello iniziale e poche immersioni, mentre altri sono più esperti. Se facciamo un unico gruppo dobbiamo limitare l’immersione dei più esperti a quote per loro insoddisfacenti. Per soddisfare le esigenze dei clienti siamo quindi costretti a dividere il gruppo in due. Con chi scende la guida? Con il gruppo dei principianti, che può avere più problemi oppure con il gruppo degli esperti, che, se non controllato, potrebbe facilmente “sconfinare” oltre i limiti imposti? O non scende proprio e resta sulla barca?
Il problema sussiste anche perché in genere le barche non sono dotate di un sistema di richiamo. In alcuni paesi è comune invece l’uso di sirene subacquee, che dalla barca emettono in acqua un segnale di “emergenza”. Udendo tale segnale tutti i subacquei risalgono immediatamente in superficie e guardano verso la barca per ricevere istruzioni. Se l’imbarcazione appoggio non dispone di una sirena subacquea, in caso di problema per un gruppo in immersione può non essere possibile intervenire immediatamente (magari per portare a terra un infortunato) se non abbandonando in acqua l’altro gruppo.
Per questo motivo bisognerebbe sempre disporre di una imbarcazione (tender e gommone, oltre alla barca stessa) per ogni gruppo che si trovi o che si formi (per separazione dal principale) in acqua. In questo modo alla loro riemersione ogni gruppo troverà una imbarcazione appoggio sempre disponibile.
Un assistente generico, con una preparazione adeguata, può anche coordinare una eventuale gestione delle emergenze, seguendo i piani di gestione dell’emergenza prestabiliti.
Lo stesso assistente può anche calare dalla barca una barra di decompressione o delle cime zavorrate, utili per effettuare la sosta di sicurezza. Diventano ancora più utili se i piombi sono asportabili (pesi con moschettone), per permettere a un subacqueo sottozavorrato di riequilibrare la sua galleggiabilità. E ovviamente l’assistente non dovrebbe mancare di calare a cinque metri di profondità la bombola di emergenza, con almeno due (meglio tre) secondi stadi. La rubinetteria della bombola deve essere chiusa, per evitare inutili perdite di gas. Poiché si tratta di una bombola da usare in emergenza, cioè da parte di un subacqueo affaticato o ansioso, sarebbe preferibile che fosse ricaricata con nitrox invece che con aria. L’importante è che sia ben distinguibile dalle bombole con miscele diverse (già i tre secondi stadi sono un ottimo mezzo di distinzione).
Un buon barcaiolo (o il “capitano”) predisporrà anche un sistema di ormeggio a “sgancio rapido”, per esempio con un parabordo sulla cima dell’ancora, per potere disormeggiare rapidamente nel caso debba recuperare un sub emerso lontano dal gruppo. Grazie a questo sistema il barcaiolo può filare in acqua completamente la cima dell’ancora ed essere immediatamente libero di spostare la barca. Poi con comodo potrà riprendere l’ormeggio, grazie al galleggiante. Nel contempo i subacquei in risalita sulla cima avranno la stessa mantenuta in tensione dal galleggiante di superficie e non correranno il rischio di vedere l’ormeggio scendere verso il fondo, costringendoli a risalire nel blu, sotto l’azione della corrente.
Le capacità del barcaiolo diventano essenziali quando si svolgono immersioni alla deriva (drift dive), cioè spinti dalla corrente, tipiche dei mari tropicali. Poiché sono poco faticose, queste immersioni sono le preferite dalla maggiore parte dei subacquei. Molte volte ho sentito le guide decantare nel briefing l’abilità del capitano della loro barca a seguire le bolle dei subacquei in immersione. Il che non mi ha per nulla rassicurato. Tante volte, infatti, ho visto i subacquei disperdersi dal gruppo, oppure riemergere tutti assieme per vedere la barca lontana centinaia di metri. Mi hanno molto più rassicurato i bravi sudafricani di Rocktail Bay che per questo tipo di immersioni obbligano la guida a trascinare un pedagno ben visibile in superficie … altro che bolle!
ASSISTENTE PER SUBACQUEI TECNICI
Una situazione analoga a quella dei albori della subacquea e dei loro assistenti improvvisati la viviamo oggi con l’attività “tecnica”. Molti barcaioli e molti diving hanno aperto le porte ai subacquei tecnici, che presentano per loro diversi vantaggi: si immergono tutto l’anno, non chiedono la guida e, in molti casi, svolgono una sola immersione ma pagano un “full day” per via della lunga preparazione. Insomma sono buoni clienti. Per questo il personale del diving cerca di rendersi utile in tutti i modi possibili. E nessuno sembra più bisognoso di aiuto di un subacqueo tecnico che dopo avere indossato stagna, bibombola e numerosi strumenti e accessori cerca di agganciare ingombranti bombole da decompressione. Tuttavia l’aiuto molte volte ha effetto negativo. Il subacqueo tecnico viene spesso chiamato rispondere a una lunga serie di domande del tipo «Perché questa cosa la metti così?» o simili, mentre non avrebbe voglia che di sbrigarsi e di entrare in acqua, riducendo istantaneamente il grosso peso che trasporta a terra. Oppure qualche volenteroso inizia ad aiutare e sposta erogatori, cambia il verso del boccaglio o apre (o chiude) l’isolatore del collettore. Insomma esegue alcune operazioni che costringono il subacqueo tecnico a ripetere tutta una serie di controlli e di aggiustamenti, fra molti improperi. Tanto è che se l’assistenza in barca non è preparata alla subacquea tecnica (o al proprio modo di praticarla) si preferisce alternarsi nelle immersioni e lasciare sempre a bordo almeno un subacqueo del team!
Quando la “qualifica” conta.

Nelle immersioni didattiche da riva un assistente qualificato è molto più utile di uno generico. Infatti l’assistente qualificato può accompagnare, in superficie e nelle escursioni, le coppie di allievi, sotto la supervisione indiretta dell’istruttore. Questo significa che deve essere presente l’osservazione generale delle attività d'immersione degli allievi da parte di un istruttore, che deve essere sempre presente sui luoghi di addestramento e di immersione; inoltre deve essere pronto a dirigere o partecipare a una eventuale immediata assistenza o soccorso in acqua agli allievi. Un istruttore, poi, non può consapevolmente permettere che un allievo abbandoni la zona di acqua in cui avviene l'addestramento senza la supervisione o l'accompagnamento fino a terra o alla barca di un altro istruttore o di un assistente qualificato. Permetterlo significa correre grossi rischi: in caso di incidente o di “scomparsa” del subacqueo l’istruttore può essere ritenuto responsabile legalmente per il principio della “culpa in vigilando”.
COSA DICE LA LEGGE
Le capacità dell’assistente in barca secondo la legge italiana.
La legge 130 del D.P.R. 2 ottobre 1968, n° 1639 introduce degli obblighi (segnalazione, barca appoggio, bombola a bordo) per i pescatori in apnea, poi modificati con il D.P.R. 18 marzo 1983, n° 219, ma sempre relativamente alla pesca subacquea. La direttiva n°82/010390 del 16/02/2000, trasmessa dal Comando Generale delle Capitanerie di Porto a tutti gli uffici periferici fornisce alcune precisazioni. Per esempio: il subacqueo sportivo deve essere assimilato al pescatore in apnea per quanto attiene le leggi citate; quando è presente una barca appoggio la bandiera deve essere issata sull’imbarcazione e non su un pallone segnasub;
sul mezzo deve essere sempre presente “almeno una persona pronta a intervenire”. La successiva direttiva n°82/033465 del 26/05/2003 del Comando Generale delle Capitanerie di Porto ha fatto ulteriori chiarimenti in merito, ma senza indicare esplicitamente cosa si intenda per “persona pronta a intervenire”. Una interpretazione diffusa è quella che la persona sia pronta a intervenire non in senso subacqueo ma in senso nautico e quindi deve essere in grado di mettere in moto, disancorare e, se necessario, recuperare i subacquei in corrente. Ma anche questa è solo una interpretazione della direttiva.

Fuori curva

Tek divers
Con il computer “fuori curva”
di Stefano Ruia
Il nostro computer d’immersione può essere un compagno fidato anche quando superiamo il limite della curva di sicurezza.
Nel numero scorso abbiamo visto come anche i subacquei che amano definirsi “ricreativi” svolgano spesso immersioni tecniche, in genere utilizzando la loro consueta configurazione di attrezzature e affidando al computer d’immersione la gestione delle decompressione. È una procedura sicura? Certamente no. Infatti questo modo di agire è sicuro solo se ogni cosa va come previsto e se non sorgono problemi inconsueti. In caso contrario l’improvvisazione di chi non è adeguatamente preparato a svolgere questo tipo di immersioni emerge immediatamente, trasformando situazioni solo fastidiose in problemi gravi, che conducono al panico e all’incidente.
Premesso quindi che è sempre necessario seguire un buon corso, parliamo di come gestire la decompressione nelle immersioni fuori curva. Non intendiamo occuparci di immersioni a profondità superiori alle consuete, ma proprio di quelle immersioni a 35-40 metri che portano, soprattutto se ripetitive, a oltrepassare il limite della curva di sicurezza.
Prima di tutto dobbiamo chiederci cosa sia questo limite e se la sua validità sia stata provata. Bene, oserei dire che la “curva di sicurezza” è uno dei concetti più certi che esiste nella teoria della decompressione. Non perché ne sia stata dimostrata la sua fondatezza scientifica, ma perché numerosissime prove “sul campo” (le immersioni svolte da tutti noi) hanno dimostrato che i limiti oggi utilizzati (che sono quasi gli stessi per tutti i tipi di algoritmi) sono ampiamente sicuri. Scrivo “ampiamente” e non “totalmente” in quanto non si ha una netta separazione fra immersioni in curva e fuori curva, come quella esistente fra numeri pari e numeri dispari, ma si ha un aumento continuo del rischio di contrarre una embolia, proporzionalmente al tempo passato sul fondo. Quindi la demarcazione è una linea artificiale, concepita dall’uomo per mantenere dei rischi accettabili (peraltro la percentuale di rischio non è nemmeno calcolabile, come dimostrato dal parziale fallimento degli studi della U.S. Navy sulle tabelle probabilistiche).
Restare nei limiti di curva permette di risalire direttamente in superficie, quando se ne ha bisogno, ed è quindi una procedura di sicurezza. Ma dal punto di vista fisiologico non è più tale se il subacqueo si porta a pochi secondi dal limite e risale. In termini di decompressione rischia meno il subacqueo che, magari permanendo solo pochi secondi in più sul fondo, deve obbligatoriamente fare una tappa di decompressione in risalita.
Chi rischia di più è il subacqueo che, usando un computer, risale solo quel tanto da permettergli di “restare ancora qualche minuto senza superare il limite di curva”.
Con questo non vorrei certo apparire come un difensore delle tabelle. A mio avviso le tabelle d’immersione sono un retaggio del passato. Chi conosce un poco di teoria della decompressione e sa come sono calcolate le tabelle comprende facilmente che esse siano, per le immersioni svolte oggi dai subacquei, troppo (e spesso inutilmente) restrittive, soprattutto nelle ripetitive.
Ma non è solo questo: conviene usare il computer anche per motivi di sicurezza. Questa ultima affermazione appare in contrasto con quanto affermato poco prima ma solo alla luce della teoria della decompressione. Quando passiamo dalla teoria alla pratica tutto cambia! Già nel 1992 l'American Academy of Underwater Sciences annunciò i risultati di una ricerca basata su un campione di 77.680 immersioni, svolte da subacquei dai 9 ai 72 anni di età (in proporzione 2:1 fra maschi e femmine). Il 43% dei subacquei aveva usato le tabelle della propria agenzia didattica mentre il restante 57% il computer d'immersione. Sebbene la profondità massima consentita nelle immersioni fosse di 40 metri, qualcuno si spinse fino a 60 (cambiano i luoghi ma non i comportamenti dei subacquei!); inoltre circa un quarto delle immersioni seguirono un profilo inverso (da profondità inferiori a superiori). Il risultato fu che si ebbero in tutto sette casi di embolia e due di embolia gassosa arteriosa. I sette casi di embolia furono tutti del tipo II (più gravi) ed evolsero positivamente dopo il trasporto in camera iperbarica. Di queste sette embolie, sei colsero subacquei che usavano le tabelle e una sola chi utilizzava il computer. Questo caso inoltre fu dovuto alla riemersione volontaria del subacqueo sebbene il computer, in allarme, indicasse che la sosta di decompressione non era ancora conclusa; non dovrebbe quindi essere considerato un “incidente” ma un atto di masochismo. Pur annoverando questo caso negli incidenti si ottiene che la percentuale di patologie decompressive fra coloro che usavano le tabelle è stata dieci volte più alta di quella riscontrabile fra coloro che usavano i computer. A cosa è dovuta questa differenza? È molto semplice: alla riduzione dell'errore umano, sia per eliminazione di procedure (errori di calcolo, di lettura delle tabelle, di misura del tempo, ecc.) sia per avvertimento di comportamento errato (velocità di risalita eccessiva, ecc.). Il computer infatti può avvisarci acusticamente ogni volta che raggiungiamo una condizione critica, impedendo che l’avere rivolto la nostra attenzione su altre cose ci faccia compiere errori. Usando il computer (bene) rischiamo quindi molto meno.
Fuori curva
Conoscendo il funzionamento del computer si rendono evidenti alcuni fatti importanti nella gestione delle immersioni fuori curva. Innanzitutto che non è proprio necessario risalire fino al ceiling della tappa indicata, a meno che non si voglia uscire prima o si abbia una scorta di aria ridotta. Invece di passare 5 minuti a 3 metri ne passeremo pochi di più a 4/5 metri, ma la situazione, soprattutto con mare mosso, sarà più confortevole. Unica precauzione è di porsi sopra al floor per tutti i compartimenti (o lo indica il computer oppure bisogna evitare di stare troppo profondi). Esasperando questo concetto si arriva ai “deep stops” già più volte descritti. Questa decompressione, più lunga ma meno esasperata come sovrasaturazione (più lontana dalla critica), ci aiuterà anche a compensare quei fattori che il computer non considera: raffreddamento, fatica (prima, durante e dopo l’immersione), variazioni rapide di quota, ecc.
Lasciare gestire l’immersione fuori curva al computer ha qualche svantaggio? Certamente. Come sempre nell’attività subacquea se si guadagna da una parte si perde da un’altra. Per esempio il fatto che diventa assolutamente obbligatorio avere due computer a subacqueo. Nel caso in cui uno strumento abbia un guasto dobbiamo potere contare sull’altro. Inoltre è ovvio che questa procedura può applicarsi solo per decompressioni di breve durata (10-15 minuti al massimo). Le immersioni con decompressioni più lunghe richiedono programmazione accurata, calcolo preciso del consumo e pianificazione di ogni evento potenziale. Infine è importante notare che non si può certo usare la consueta configurazione “ricreativa”, che ci sottoporrebbe a grossi rischi. Pensate se si esaurisse la bombola o si bloccasse l’erogazione quando abbiamo ancora decompressione da fare e il compagno non è vicino. Come rimpiangeremmo di non avere una riserva di aria separata! Un simile rimpianto avremmo in caso di corrente se non avessimo con noi il reel, il pallone di risalita o una semplice jon-line. Il nostro consiglio resta quindi sempre lo stesso: prima di cimentarvi in una qualsiasi immersione “fuoricurva” seguite un buon corso iniziale di subacquea tecnica. Nello scorso numero abbiamo fornito, a tal proposito, gli “indirizzi” giusti.
Il limite di curva
La “curva di sicurezza” è calcolata mediante degli “algoritmi” matematici, ovvero una descrizione matematica di un fenomeno fisico. Ma la descrizione oggi utilizzata è molto approssimativa. Non si tiene affatto conto della diffusione reale dei gas inerti, legata a molte variabili: grado di perfusione, distanza delle cellule dai capillari, composizione dei tessuti, velocità del sangue, caratteristiche chimiche del gas inerte, temperatura, solubilità del gas inerte nei diversi tessuti, ecc. Non sapendo cosa dire si ipotizza, con buona ragionevolezza, che il gas inerte diffonda nei e dai tessuti seguendo una legge del periodo di dimezzamento costante, come avviene per il decadimento radioattivo. Nell’espressione matematica di questa legge compare solo la differenza di pressione parziale, il tempo e un valore T, detto periodo di emisaturazione (o, con brutta espressione, “emitempo”), che corrisponde al tempo in cui la curva compie metà del salto che manca alla saturazione (definizione valida in ogni istante perché la curva è esponenziale). Per meglio simulare il corpo umano, non si usa un solo periodo T, ma diversi periodi, creando così dei “compartimenti” (definiti proprio dei 5 minuti, 10, 20, ecc.). Infine si ipotizzano dei valori massimi di sovrasaturazione permessa (“valori M”) accettabili per ogni compartimento (o si utilizzano quelli già definiti da altri ricercatori, come Bühlmann). A questo punto si possono calcolare i profili di diverse immersioni, determinare quali siano quelle “in curva” (che permettono il ritorno in superficie in ogni momento) e verificare sperimentalmente che siano sicure.
La convergenza dei valori M riferiti alla riemersione in superficie (M0) nei diversi modelli (quando non si ha addirittura la loro uguaglianza) fa sì che le curve di sicurezza si assomiglino tutte, rendendo molto più certa e affidabile la loro indicazione.
Il funzionamento del computer
Ogni computer d’immersione dispone di diversi compartimenti, ognuno caratterizzato dal proprio periodo di emisaturazione. In ogni istante il nostro strumento calcola la tensione del gas inerte nel compartimento. In questo modo può definire un punto su un piano cartesiano che ha per ascisse la pressione assoluta (proporzionale alla profondità) e su quello delle ordinate la pressione di inerte disciolto nel compartimento specifico (tensione tissutale). Su questo piano cartesiano è facile tracciare (fig. 1) la retta della saturazione (in verde scuro, si ha quando la tensione tissutale è uguale alla pressione ambiente) e quella della sovrasaturazione critica (in rosso, retta che unisce i valori M). Permanere nella zona compresa fra l’asse dell’ascisse e la saturazione (area verde chiaro) è sicuro perché ci si trova in sottosaturazione. Permanere nella zona fra la saturazione e la retta dei valori M (area gialla) non dà problemi perché siamo ancora nel limite della sovrasaturazione permessa. Andare a finire nella zona fra la retta della sovrasaturazione critica e l’asse delle ordinate (area in arancio) è pericoloso per via dell’alta probabilità di subire una embolia.
Immaginiamo ora di scendere a 36 metri. Mentre scendiamo la tensione tissutale aumenta lentamente fino al punto “A” (fig. 2). Restando a questa profondità la pressione ambiente non aumenta ma la tensione tissutale cresce fino a raggiungere il punto “B”. Se risalissimo alla velocità preimpostata dal computer seguiremmo la linea blu tratteggiata, arrivando in superficie senza necessità di decompressione perché resteremmo sempre nelle aree permesse (verde e gialla). Mentre se attendessimo più tempo, fino ad arrivare al punto “C”, risalendo alla velocità preimpostata giungeremmo proprio al limite della soprasaturazione permessa in superficie (valore M0). Il computer può quindi calcolare quanto tempo occorra prima che la tensione tissutale passi da B a C. Questo è il tempo “no deco” per il compartimento in esame. Ripetendo il calcolo per tutti i compartimenti, il computer individua quale è il tempo di “no deco” più breve (fra quelli dei vari compartimenti) e lo indica sul display.
Immaginiamo di oltrepassare il punto C e di permanere a 36 metri fino quando la tensione tissutale nel compartimento in esame raggiunge “D” (fig. 3). Ora il computer sa che risalendo alla velocità preimpostata non possiamo arrivare fino in superficie perché transiteremmo nella zona proibita (arancione). Quindi dobbiamo fermarci prima alla profondità di 3 metri e attendere (linea blu tratteggiata) fino quando la tensione tissutale non sia ridiscesa tanto da permetterci di proseguire la risalita sulla curva che porta a “M0”. Il computer può così calcolare la durata della tappa di decompressione a tre metri per questo compartimento. Confrontandolo con quello degli altri può trovare la più lunga che ci indicherà come durata della tappa di decompressione. Notiamo altre tre cose importanti, indicate con le linee nere sottili tratteggiate. Fino a quando non si raggiunge in risalita la pressione assoluta 2,5 bar la tensione tissutale non può scendere, quindi la cessione di gas inerte per questo compartimento inizia solo sopra i 15 metri. Per fare sì che la cessione di gas sia tale da permetterci di eliminare la quantità necessaria a potere risalire fino in superficie dobbiamo comunque arrivare almeno alla pressione assoluta di 2,2 bar; questo è il concetto di “pavimento” (floor) della tappa decompressiva. Possiamo anche risalire un poco più di tre metri, arrivando fino a 1,2 bar (2 metri) senza superare la linea della sovrasaturazioen critica; questo è il “tetto” (ceiling) della tappa decompressiva. Più ci avviciniamo al pavimento più lunga sarà la tappa (in quanto la differenza fra tensione tissutale e pressione assoluta è bassa – circa 0,3 bar al floor). Più ci avviciniamo al ceiling più la durata della tappa sarà breve (la differenza fra tensione tissutale e pressione assoluta è alta – circa 1,3 bar al ceiling). Tuttavia più sostiamo vicino al ceiling più andiamo verso la zona proibita. Effettuare delle tappe più profonde del ceiling, che saranno più lunghe, non è quindi affatto sbagliato ai fini della sicurezza, purché si disponga di una sufficiente riserva di gas. Il computer per semplicità adotta le profondità convenzionali (a metri 3, 6, 9 ecc.) ma ciò non toglie che possa calcolare le tappe anche se il subacqueo permane fra floor e ceiling, mentre se si supera il ceiling in genere lo strumento interrompe il calcolo della decompressione o va in “errore”.
Restando in profondità (punto “F” di fig. 4) il processo si ripete in modo analogo per le tappe più profonde di 3 metri, come quella dei 6 metri.
IL COMPUTER “BALLERINO”
Un paio di volte degli amici (mai sperimentato direttamente, purtroppo!) mi hanno parlato di uno strano fenomeno: il computer che improvvisamente passava da no-deco a deco per poi ritornare a no-deco, ecc. Il fenomeno scompariva appena cambiata quota.
Cerchiamo di capire come possa essere successo. Guardiamo nuovamente il nostro piano cartesiano “tensione tissutale-pressione ambiente”. Prendiamo la curva di risalita che porta a M0 (linea blu). Essa interseca la saturazione (linea verde scuro) nel punto “G”. Tracciamo la verticale di questo punto (linea nera). Il piano è ora idealmente diviso dalla linea blu e da quella nera in tre zone ben distinte. Quella in basso (sotto la linea blu) a sinistra (della verticale nera) è una zona in cui si può permanere liberamente. Se infatti ipotizziamo che il compartimento si trovi in un punto qualsiasi di questa area, con il passare del tempo esso tenderà sempre più a spostasi verso la saturazione, condizione di equilibrio finale. Poiché in questa area la saturazione è sempre sotto la linea di risalita a M0 non potremo mai andare “fuori curva”, quindi la permanenza è illimitata (per questo compartimento). Nella zona in basso a destra siamo ancora in curva di sicurezza, ma non possiamo permanere a lungo perché spostandosi il punto verso la linea di saturazione si oltrepassa la risalita a M0 e si cade nella zona in alto, nella quale bisogna fare almeno una tappa di decompressione, perché risalendo in superficie direttamente si oltrepasserebbe la sovrasaturazione critica. Abbiamo così individuato che nella zona in basso a destra siamo ancora in curva di sicurezza ma il tempo non è più illimitato. In quella in alto siamo invece già “fuori curva”.
Il punto G ha la straordinaria caratteristica di appartenere a tutte e tre queste aree. Quindi se il compartimento si trova esattamente su questo punto il computer non riesce a individuare con esattezza se il subacqueo ha un tempo di no-deco illimitato o limitato, oppure se non debba addirittura fare decompressione! Appena ci si sposta di poco tutto torna chiaro al nostro strumento che ha avuto la vista momentaneamente “annebbiata”.
Affinché il fenomeno sia osservabile è necessario che sia proprio il compartimento sul punto G quello che in quel momento “controlla” l’immersione (il più critico). Per questo l’evento è molto raro. Se vi accadesse ritenetevi fortunati … anche perché (permettete l’ironia) avete toccato il punto G del vostro computer!

Deco in parete

Decompressione in parete
di Stefano Ruia

Abbandonare la cima di discesa e spostarsi verso la parete per svolgere più di un’ora di decompressione, senza nessun segnale in superficie, può apparire una “follia”. Tuttavia in certe condizioni questa scelta si può rivelare sicura e vincente.
La sicurezza è un concetto molto strano. In effetti qualunque “regola comportamentale” mostra dei limiti applicativi, che spesso vengono alla luce solo in situazioni particolari, molto rare. Per questo la regola spesso assume ai nostri occhi il carattere di inderogabilità. In realtà il volerla applicare sempre e comunque ci conferisce una sicurezza personale immediata («so che si fa sempre così!»), che ci fa sentire meno responsabili e ci fa ragionare meno. Talvolta, tuttavia, questo comportamento ci a sembrare “ottusi” perché applichiamo le regole senza alcuna ragione reale, ma solo perchè «si fa sempre così!». Pensate ai molti casi presentati, quasi quotidianamente, dai giornali o dai media televisivi e che hanno come esempio perfetto una burocrazia ottusa: pagamenti di pochi centesimi di euro effettuati con procedure che costano decine di euro, certificati di “esistenza in vita” che una persona deve produrre anche se si reca personalmente allo sportello e via dicendo. Per fortuna (o per sfortuna?) gli italiani, anche gli impiegati pubblici, sono dei veri e propri “maghi” nel trovare scorciatoie che permettono di aggirare l’ostacolo o una (cattiva) legge.
Non sempre è così. I popoli anglossassoni, soprattutto negli U.S.A., preferiscono delineare regole ben precise, cui ci si deve tutti attenere, e realizzare servizi di assistenza molto funzionali, le cui procedure vengono costantemente aggiornate, onde potere comprendere progressivamente tutte le situazioni. Insomma loro in certi casi non devono ragionare ma solo applicare, mentre noi ragioniamo e cerchiamo una soluzione migliore (anche rischiando che poi si riveli errata!).
Due regole essenziali
Da molti anni svolgo immersioni sui relitti e ho sempre adottato (e imposto) due regole basilari, a mio avviso essenziali per ottenere la sicurezza. La prima è che ogni subacqueo deve sempre portare tutto il gas necessario a effettuare la discesa, la permanenza sul fondo e la decompressione completa. In questo modo anche se perde la cima di risalita può in ogni caso completare la decompressione. Bombole decompressive lasciate sulla cime di risalita o sotto la barca o l’eventuale narghilé dalla superficie devono essere considerati come “optional”, che aiutano a ridurre i tempi totali di decompressione, ma non sono indispensabili. Questa regola manifesta comunque dei limiti. In speleologia subacquea è normale lasciare delle bombole (necessarie per il ritorno) durante l’andata ed essere in questo modo anche più liberi di muoversi. È un errore? Probabilmente no: per tornare in superficie si è obbligati a ripassare in quei punti ed è possibile recuperare le bombole. Tuttavia così facendo il famoso speleologo Sheck Exley (purtroppo poi deceduto durante l’immersione-record a quasi 300 metri di profondità svolta insieme al mitico Jim Bowden) una volta fu costretto a “razionare” le miscele respiratorie perché, a causa di calcoli di autonomia errati, non sarebbe riuscito a tornare nei punti in cui poteva recuperare le bombole e riprendere a respirare liberamente. Non deve essere stato molto bello!
La seconda regola essenziale per le immersioni con decompressione è quella di avere sempre sopra la testa un pallone o un altro segnale che indichi la posizione del subacqueo. Non mi piace affatto l’idea di un subacqueo che si sposta liberamente sott’acqua, magari spinto dalla corrente, mentre l’assistenza di superficie non ha idea di dove possa trovarsi, indipendentemente dal fatto che personalmente mi trovo in acqua o in barca. Per la verità queste situazioni mi destano qualche preoccupazione anche durante le immersioni “ricreative”, che offrono la tranquillità di potere riaffiorare liberamente. Nei briefing le guide enfatizzano la «eccezionale abilità dimostrata dal capitano della barca nel seguire le bolle dei subacquei in immersione». Tante volte, invece, ho visto alcuni subacquei disperdersi dal gruppo, oppure riemergere tutti assieme … a centinaia di metri dalla barca, con il capitano che li cerca nella zona sbagliata. A chi non è successo? Mi hanno molto più rassicurato le brave guide sudafricane di Rocktail Bay, che per questo tipo di immersioni trascinano fin dall’inizio un pedagno ben visibile in superficie … altro che bolle!
Decompressione difficile
Potete quindi immaginare la mia perplessità quando sul remoto reef di Daedalus, lontano sei ore di navigazione dalla camera iperbarica più vicina, Enzo mi propose di svolgere la decompressione «scivolando lungo la parete, magari spinti dalla corrente, fino a una zona ridossata, dove possiamo montare la stazione decompressiva». Subito mi si drizzarono i capelli sulla testa. Scendere a più di 100 metri di profondità, sul relitto sconosciuto dello Zealot (vedi l’articolo pubblicato su il Subacqueo dello scorso mese di Marzo), con più di un’ora di decompressione da fare, divisi in squadre di tre o quattro persone che operano separatamente e dovere nuotare per qualche centinaio di metri prima di trovare la stazione decompressiva? Una follia! Non solo per tutte queste ragioni, ma anche perché con il mare mosso e il forte vento era impensabile lanciare con un reel un pallone di segnalazione dalla profondità di 60-70 metri, a cui iniziavano le tappe decompressive. Le probabilità che la sagola restasse impigliata sulle altissime pareti verticali del versante settentrionale di Daedalus erano troppo elevate. Come responsabile delle attività subacquee già vedevo squadre che si perdevano, subacquei trascinati dalla corrente, assistenti alla disperata ricerca di un segnale… «No, è troppo pericoloso!» fu la mia risposta.
Alla prima immersione sul sito del naufragio calammo un pedagno nella zona in cui doveva essere la nave. L’abilità di Salah, il capitano della Planet Divers, e la nostra fortuna furono tali che alla prima discesa scoprimmo che il pedagno era praticamente pochi metri sopra il relitto della nave! L’operazione di posa era inoltre stata complicata dal mare sempre mosso e dal forte vento da Nord, che rendeva particolarmente infide le acque della punta NW del reef, sulla quale ci trovavamo. Alla prima immersione scendemmo in quattro, risalendo, come convenuto, sulla cima (un bel “cimone” da 20 mm) del pedagno. Sebbene fosse solo una “toccata e fuga” la decompressione non fu delle più piacevoli, a causa della corrente (non troppo forte per la verità) ma anche per via delle oscillazioni indotte dalle onde quando permanevamo alle tappe superficiali. Ancora peggio andò a chi era rimasto sul gommone. Questa prima prova mi convinse che non era possibile effettuare lunghe permanenze sul fondo in questo modo o la decompressione sarebbe stata un “supplizio” per tutti, anche perché perché le previsioni a breve termine delle condizioni meteomarine indicavano peggioramento.
Per potere svolgere l’impegnativo piano di immersioni previsto dal programma D.W.E.L.L.E.R. - Red Sea 2005 (più di 70 immersioni-uomo sul relitto con 20 ore totali di tempo di fondo) era in qualche modo necessario derogare alla mia seconda regola basilare: bisognava muoversi lungo la parete e raggiungere un punto più riparato per la decompressione. Il tutto trascinando l’ingombrante custodia della videocamera Sony Betacam usata da Pippo Cappellano. Un bel rebus da risolvere. Il pomeriggio, nell’accogliente dinette della Planet One, con Enzo, Antonello e Pippo stabilimmo di modificare le procedure di immersione.
In parete
Ritornammo quindi alla proposta di Enzo, modificandola solo parzialmente, alla luce di quanto visto sul fondo. Daedalus è un posto da sogno. Il suo reff semiaffiorante precipita verticalmente (in alcuni casi persino strapiombando) fino ai 60 metri di profondità. A quella quota il corallo cede il posto a un fondo misto di sabbia, sedimento e grossi massi corallini, con forte pendenza. Già a 40-50 metri di distanza orizzontale dalla parete si superano i 100 metri di profondità. Per questo motivo decidemmo che ogni squadra, lasciato il fondo al momento prefissato, avrebbe dovuto dirigersi subito verso la parete, raggiunta la quale avrebbe iniziato a spostarsi verso W, fino a scavalcare l’estremità NW del reef, continuare verso S, per poi rientrare in un’ansa (che iniziava a circa 40 metri di profondità) della parete nella quale era possibile ridossarsi alle onde e al vento. In questa ansa gli assistenti avrebbero montato la stazione decompressiva con il narghilé. Ovviamente (per rispetto della prima regola basilare) la tabella di decompressione standard (in queste immersioni svolte con le tipiche bombole in alluminio da 12 litri – teorici - era la quantità di gas disponibile a limitare i tempi di fondo e di decompressione) sarebbe stata quella senza ossigeno puro.
Per ovviare all’impossibilità di lanciare un pallone e trascinarlo nel tragitto senza che la sagola si impigliasse in sporgenze della parete o nei coralli, pensai di stendere una cima-guida fino alla stazione decompressiva. Alla prima immersione svolta seguendo la parete (una “esplorazione” preliminare) fu evidente che sarebbe stato difficile e che si correva il rischio di danneggiare gli splendidi coralli. Nulla da fare, bisognava svolgere la decompressione in “libera”.
È a questo punto che Daedalus decise di darci una mano. Ci piace pensare che abbia voluto ricambiare la nostra premura per evitare anni al suo reef (anche la stazione decompressiva era “ancorata” con morbide cime, a qualche metro di distanza dalla barriera, affinché le pinne o le barre metalliche non danneggiassero le delicate strutture coralline). Seguendo la parete sembrava che il reef avesse predisposto per noi dei riferimenti specifici. Quando incontravamo lo squalo volpe (o i due squali volpe) era giunto il momento di chiamare gli assistenti di superficie a recuperare la videocamera più grande. Un enorme gorgonia posta su una parete strapiombante serviva per verificare se eravamo in ritardo o in anticipo nel tragitto. Allo stesso scopo, alcune decine di metri più a ovest, potevamo usufruire di un folto ramo di corallo nero.
Dopo avere doppiato la punta NW le diverse squadre, che avevano operato a profondità differenti, riconvergevano tutte verso tempi e profondità simili, restando “a vista” grazie alle acque limpide de questo lembo del Mar Rosso.
Il segnale che Daedalus ci offriva per indicarci di essere pronti a “svoltare a sinistra” ed entrare nell’ansa era fantastico: una parete che dai 5 ai 40 metri di profondità era completamente ricoperta di anemoni, popolati da fantasmagorici pesci pagliaccio. La chiamammo “parete di Nemo”, perché sembrava di essere immersi nel film della Disney! E in effetti non mancavano nemmeno gli squali. Più volte i grigi e i martello ci si accostavano durante il nostro pinneggiare verso la stazione decompressiva, mentre Antonello (che per esigenze di documentazione fotografica utilizzava un rebreather) doveva spesso stare attento ai curiosi squali grigi che lo avvicinavano sul relitto, a oltre cento metri di profondità.
Solo in una giornata Daedalus sembrò tradirci: nessuno vide squali in immersione, nemmeno uno! Sul gommone, mentre tornavamo verso l’ormeggio a Sud, eravamo tristi: dove era finita la nostra “ricompensa”? Ma appena giunti alla barca fummo allietati dalla vista di uno splendido Longimanus, lungo poco più di due metri, che da ore nuotava a pelo d’acqua dietro la poppa. Una mezz’ora di snorkeling con il nostro amico (qualcuno di Roma lo battezzò “Romoletto”) ci fece amare Daedalus in modo passionale. Peccato che Antonello e Maria Pia in quel momento non erano lì per le foto.
Il giorno dopo, oltre all’ormai “solito” squalo volpe e a una tartaruga che venne a curiosare fra le mie decompressive, al ritorno Romoletto era di nuovo dietro la nostra barca. Ovvio che entrammo in acqua di nuovo! Questa volta anche Antonello arrivò in tempo per le fotografie e si tuffò subito in apnea. Ma Romoletto si era ormai infastidito. Stufo della nostra compagnia puntò al “paparazzo” e si avvicinò con aspetto decisamente minaccioso. Antonello brandiva la macchina fotografica a protezione, ma il longimanus non voleva collaborare. Invece di allontanarsi continuò a cercare di aggirare la macchina fotografica e i flash, per arrivare sul fotografo. Il gioco era durato troppo: Antonello risalì in fretta in barca!
In definitiva questa esperienza mi ha fatto cambiare idea: con certe situazioni al contorno, necessarie per garantire la sicurezza di tutti, la decompressione in parete e in “libera” è un vero spasso: quasi una immersione a sé stante, posta al temine di un’altra emozionante immersione.

L’importanza della flessibilità
Quando si adotta una “regola comportamentale” bisognerebbe sempre definirne bene i limiti applicativi. Spesso diamo invece per scontata la sua universalità. Su questa estensione arbitraria del campo applicativo della regola si basano molti “inganni” matematici. Valga come esempio generale l’estensione delle regole della geometria piana alla superficie terrestre, che invece è curva. Di conseguenza ci appare strano che la linea retta che unisce due punti sulla carta geografica in realtà è più lunga di una curva (un aeroplano per andare da Roma a New York passa sopra la Gran Bretagna … eppure segue la via più corta). O al contrario ci sembra impossibile che percorrendo tre tratti uguali di cammino con due svolte a 90° interposte si possa ritornare al punto di partenza (per esempio pensate di partire dal Polo Nord e di camminare nelle direzioni Sud – Est – Nord).
Ma ci sono anche esempi specifici subacquei. Nelle prove di rescue si insegna a svestire l’infortunato incosciente per portarlo a riva o alla barca più velocemente. In realtà svestire l’infortunato fa solo perdere tempo se la distanza da percorrere è pochissima e a bordo (o a riva) ci sono persone in grado di aiutare nella svestizione e nel primo soccorso. Pochi istruttori evidenziano questo aspetto, probabilmente perché hanno paura che un soccorritore che deve ragionare agisca più lentamente di uno che applichi pedissequamente un metodo. Tuttavia nel soccorso la fretta non è mai una buona consigliera.
Il programma D.W.E.L.L.E.R.
Il programma D.W.E.L.L.E.R. (Ricerca sull’esplorazione dei relitti profondi con attrezzatura leggera e limitata) nasce per verificare se sia possibile esplorare relitti vergini, situati in località lontane ore di navigazione dai più vicini centri abitati, a profondità di oltre cento metri, utilizzando le attrezzature disponibili localmente. Il tutto senza organizzare una “spedizione” con una nave appositamente attrezzata, budget milionari e un team di professionisti pagati profumatamente. In pratica durante gli esperimenti del programma i team operativi indossano i panni dei subacquei tecnici che si immergono solo per proprio piacere, utilizzando le preziose “ferie” e pagando di persona le proprie spese. Per verificare se ciò fosse possibile (probabilmente si, se consideriamo che oggi semplici turisti possono scalare l’Everest o arrivare al Polo Nord) durante il primo esperimento pratico del programma si è organizzata una esplorazione utilizzando solo quello che era disponibile localmente (bombole, barche, ecc.) e ingegnandosi per il mancante. Proprio per questa caratteristica di “accessibilità” dei suoi esperimenti pratici il programma è supportato dalla divisione Technical Training di PSS Worldwide. Il team di profondisti del primo esperimento del progetto era costituito infatti da subacquei tecnici formati nell’agenzia, con un livello di qualità tale da permettere loro di adattarsi a qualunque situazione, senza avere la pretesa che fosse la situazione … ad adattarsi alle proprie esigenze.
Assistenza di superficie
Svolgere una lunga decompressione pinneggiando, mentre si trascina l’ingombrante custodia della videocamera Sony Betacam era troppo anche per uno “stakanovista” delle riprese quale è Pippo Cappellano. Dovevamo provvedere a una sostituzione di videocamera prima che si iniziasse (o appena iniziato) il lungo tragitto che portava alla stazione decompressiva. Ciò significava che, appena iniziate le tappe di decompressione e raggiunta una quota accettabile, dovevamo lanciare un pallone in modo che due assistenti di superficie potessero identificarci e raggiungerci sott’acqua. In questo modo era per noi possibile cedere a loro la voluminosa custodia e il pallone lanciato, che potevano essere riportati subito in superficie, mentre noi avremmo proseguito il tragitto con la videocamera subacquea DV-Cam, di dimensioni più contenute, che loro avevano portato in profondità.
In ogni immersione questo sistema ha funzionato come un orologio. Unica accortezza, ma fondamentale per la riuscita, era indicare agli assistenti dopo quanti minuti dall’inizio della nostra immersione sarebbe dovuto apparire in superficie il pallone. In questo modo erano già completamente vestiti e in zona.
Vedere Federica e Marco che ci raggiungevano entro poche decine di secondi dal lancio del pallone ci confortava sulla validità dell’assistenza in superficie e ci faceva affrontare il tragitto in parete molto più rilassati. Grazie … soldatini (come si autodefinivano)!

Gas

I GAS E I SUBACQUEI
di Stefano Ruia

Il termine “gas” fu una felice intuizione di Jan Baptista Van Helmont, che all’inizio del 1600 preparò e individuò una sostanza gassosa diversa dall’aria: il “gas silvestre”. Derivò il termine “gas” dal greco caos, nel senso di materia iniziale, che non ha forma ed è il massimo del disordine. Van Helmont ricavò il “gas silvestre” dalla combustione del legno. Oggi abbiamo abbandonato questo nome e lo chiamiamo, molto meno poeticamente, biossido di carbonio (in passato anidride carbonica). Comunque la scoperta del “gas silvestre” aprì le porte allo studio della chimica dei gas. Evangelista Torricelli, per fare un esempio noto a tutti, dimostrò che l’aria aveva un peso e ne misurò la pressione. Nel 1622 Robert Boyle introdusse la legge che porta il suo nome (e quello del francese Mariotte, arrivato allo stesso risultato per vie indipendenti qualche anno dopo). Certo le prime relazioni scientifiche presentavano qualche aspetto fantasioso. Cavendish fu in grado di produrre idrogeno, che, per via dell’alta infiammabilità, pensò essere il “flogisto”, sostanzialmente un “generatore di fuoco” (pensate che singolare contrappasso: il nome “idrogeno” significa “generatore di acqua”!). Priestley, riscaldando dell’ossido di mercurio, ottenne un gas che si poteva respirare, al contrario del flogisto di Cavendish. Poiché il suo comportamento era opposto a quello del flogisto (non bruciava ma favoriva la combustione di altre sostanze) egli ritenne di avere prodotto dell’aria “deflogisticata”, cioè senza flogisto, che poteva aiutare le altre sostanze a espellere il gas generatore di fuoco, facendole bruciare. Fu solo grazie all’opera di Antoine Lavoisier, il padre della chimica moderna (“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma!”), che l’aria deflogistificata assunse il moderno nome di ossigeno, cioè “generatore di acidi”. Anche Lavoisier, quindi, commise un errore, in quanto ritenne che l’ossigeno fosse presente in tutti gli acidi. A lui va comunque il grande merito di avere individuato che l’aria era composta di due gas. Fu sempre lui a comprendere il nesso fra combustione e respirazione, rilevando con misure persino la mancata trasformazione di tutto l’ossigeno scomparso nell’aria espirata dall’uomo. Segno evidente che una parte di questo gas è trattenuta nel corpo. Ma l’importanza dell’opera del geniale francese per noi subacquei non termina qui. Fu sempre lui infatti a denominare “idrogeno” il gas di Cavendish, perché dalla sua combustione si originava acqua. Lavoisier capì quindi che l’acqua non poteva essere un elemento base, come fino ad allora creduto, ma un composto di idrogeno e ossigeno. Scusate se … è poco!
L’ossigeno
Come scopri Lavoisier, senza ossigeno non potremmo respirare. Ma abbiamo grosse difficoltà anche quando la sua pressione parziale diminuisce solamente. Come ha potuto allora il nostro Meissner scalare tutte le cime oltre gli ottomila metri senza respirare dalle bombole di ossigeno, come hanno fatto gli alpinisti prima di lui? In questo consiste proprio l’eccezionalità della sua impresa!
Gli enti aeronautici internazionali si sono interessati del problema in quanto, a causa di un cedimento improvviso della struttura di un aeromobile, la depressurizzazione rapida porterebbe a un calo della pressione parziale di ossigeno (oltre che a possibili eventi embolici). Hanno poi stabilito che il tempo di reazione dei piloti è in media di 15 secondi. Purtroppo in condizioni anossiche (assenza di ossigeno) il tempo a disposizione prima che l'ipossia si sviluppi varia fra 9 e 12 secondi. Per questo motivo nel 1960 la Francia obbligò i piloti a indossare sempre la maschera d'ossigeno. Per lo stesso motivo oggi le maschere dell'ossigeno calano automaticamente in caso di emergenza. Quello che però le hostess non dicono nel briefing iniziale è che, in caso di depressurizzazione rapida, avete solo 10-15 secondi per indossarle. Tenete comunque presente che persone in stato ipossico si sono riprese altrettanto rapidamente appena posta la maschera sul viso. Per questo motivo le istruzioni di sicurezza richiedono che indossiate voi la maschera prima di aiutare il vostro bambino a indossarla. Per lui potrebbe essere difficile aiutare voi!
Non crediate che un basso livello di ossigeno sia poco importante. In passato ha stravolto la vita sul nostro pianeta. Recenti studi geologici hanno dimostrato come, fra 275 e 175 milioni di anni fa, ci fu un ancora inspiegabile calo di ossigeno nell’atmosfera. Praticamente la pressione parziale di questo gas al livello del mare diventò come quella che si trova a 4.000 metri di altitudine. Ci furono inoltre due minimi del valore di questa pressione (la percentuale di ossigeno nell’aria si ridusse fino al 12%). Il primo si ebbe 250 milioni di anni fa, alla fine del Permiano, e comportò la scomparsa del 90% delle specie allora viventi! Il secondo si ebbe 200 milioni di anni fa, alla fine del Triassico, e fece sparire il 50% delle specie che popolavano il pianeta! I dinosauri si adattarono con una specifica conformazione polmonare (senza diaframma e riuscirono a sopravvivere. I loro eredi diretti, gli uccelli, ancora oggi mantengono questa caratteristica e si possono permettere di volare a quote assolutamente strabilianti (per esempio alcune anatre incontrate a 10.000 metri di altezza!).
ma ritorniamo ai subacquei e al problema più sentito, nonché opposto all’ipossia: quello della pressione parziale di ossigeno troppo alta. Non a caso Hannes Keller, uno dei primi sperimentatori delle miscele iperossigenate attribuiva all’ossigeno il titolo di “principessa”. È uno dei pochissimi gas che presenta per noi due limiti: uno inferiore e uno superiore. Ci deve essere, ma non ce ne deve essere né troppo né troppo poco. Fu il medico Paul Bert, nel 1878, il primo a dimostrare che l'ossigeno puro ad alta pressione (iperossia) è tossico per l'uomo e altri animali. La crisi convulsiva che si può generare è talvolta tanto violenta che può avere come conseguenza la rottura di qualche osso per trauma. A parte questo, la crisi di per sé è poco pericolosa in ambiente terrestre: al suo risveglio l'infortunato si riprende e ricorda bene solo i momenti precedenti la crisi. Tuttavia sott'acqua essa può condurre all'annegamento dell'infortunato. Ovvio quindi che gli enti che utilizzano subacquei abbiano posto dei limiti all’esposizione iperossica, onde prevenire l'insorgenza della crisi. I limiti inizialmente stabiliti dalla U.S. Navy per l'ARO, a ossigeno puro, sono stati drasticamente ridotti dal NOAA per le esposizioni eccezionali e, successivamente, ancora di più per le esposizioni normali (standard). Per inciso la Marina Francese (i GERS) trovò che i limiti U.S. Navy erano già troppo restrittivi!
Oggi la maggiore parte delle agenzie didattiche concorda nel ridurre ulteriormente la pressione parziale di ossigeno a quella massime di 1,4 bar per la miscela di fondo e 1,6 bar durante la decompressione. Il fatto che altri gas presenti nella miscela possano avere un effetto diluente è stato smentito dagli esperimenti pratici dei GERS e del NOAA. Per questo motivo i limiti sono riferiti solo ai dati di pressione parziale, senza considerare la percentuale di ossigeno nella miscela.
A quali cause può essere attribuito questo avvelenamento prodotto dall'ossigeno sul sistema nervoso centrale? È una questione ancora poco chiara. La teoria più diffusa è che l’ossigeno provochi una vasocostrizione a livello cerebrale, tanto spinta da lasciare alcune zone senza un’appropriata irrorazione sanguigna. Questo spiega l’estrema varietà nelle risposte individuali all’esposizione. Secondo una teoria analoga, respirando ossigeno ad alta pressione parziale in breve tempo si ha un aumento del pH del sangue e quindi alcalosi (dovuta alla diminuzione della concentrazione di biossido di carbonio). Il rene non riesce a compensare questa situazione e si genera un avvelenamento da ossigeno, consistente in vari disturbi metabolici ed errori di regolazione (tra i quali diminuzione dell'irrorazione sanguigna). Nei neonati infatti una prolungata respirazione di ossigeno puro è causa di cecità. Altre teorie indicano come responsabile il biossido di carbonio. La presenza di forti quantità di ossigeno nel sangue limiterebbe in qualche modo l'eliminazione del biossido di carbonio. Alcuni subacquei esperti hanno affermato che le più moderne teorie dimostrano come questa limitazione sia dovuta al fatto che l'emoglobina resti satura di ossigeno e non possa trasportare il biossido di carbonio; a questo punto di vista i fisiologi rispondono che ciò non è possibile in quanto è l'enzima anidrasi carbonica a sostenere l'eliminazione con il plasma e non l'emoglobina.
Pertanto possiamo prendere come valido quanto scritto in un libro: «Il meccanismo esatto di questo effetto tossico dell'ossigeno è ancora poco conosciuto, nonostante il gran numero di teorie e ricerche in merito (almeno dieci al momento): troppa anidride carbonica nei tessuti per diminuita capacità di trasporto del sangue? Ipossia locale dovuta a spasmo delle arterie? Il danno sembra sia da attribuirsi principalmente a un deterioramento delle strutture cellulari: formazione di legami a doppia molecola di zolfo dai gruppi sulfidrili, di perossidi (in particolare lipoperossidi) che bloccano l'attività cellulare». Questo quanto scritto nel libro "La Plongée", edito da Arthaud nel lontano 1967!
Anche il Nitrox ha una lunga storia. Fu Jack (in realtà John Burdon Sandersen) Haldane, il figlio del più famoso John Scott Haldane, il primo che sperimentò praticamente, nel 1943, la possibilità di svolgere immersioni respirando Nitrox al posto dell’aria. Le sue prove pratiche lo portarono a determinare che la durata totale della decompressione da un’immersione a 21 metri poteva essere ridotta da 47 a 2 minuti. La miscela fu quindi usata dai commandos che nel 1944, con lo sbarco in Normandia, sminarono i porti occupati. Per inciso un grande successo bellico ebbero anche gli incredibili esperimenti sull’intossicazione da ossigeno, in cui Haldane svolse il ruolo di ricercatore ma anche quello di “cavia”. Eseguirono più di mille immersioni (in camera) con ossigeno puro a 27 metri. I risultati aprirono la via al fortunato attacco contro la nave Tirpitz. L’ingratitudine dell’apparato militare britannico risulta evidente se si considera che - citiamo Trevor Norton nel suo fantastico libro “I pionieri degli abissi”, edizioni Piemme - «il solo onore toccato a Haldane per tutto questo lavoro in campo militare fu l’inserimento del suo nome nella lista nazista delle persone da arrestare nel caso in cui l’Inghilterra fosse stata invasa.»
L’azoto
L’azoto è il diluente dell’ossigeno che ci permette di vivere. Se noi respirassimo ossigeno puro a una atmosfera di pressione (quindi con pressione parziale pari a 1 atm), ogni minuto accumuleremmo una UPTD (o OTU). È una unità fittizia, che serve a prevenire un altro pericoloso effetto dell’ossigeno: l’avvelenamento polmonare. In sostanza si calcolano le UPTD moltiplicando la pressione parziale di ossigeno per i minuti. Quindi se si passano 6 minuti respirando una miscela con pressione parziale di ossigeno pari a 0,5 atm si accumulano 3 UPTD, che è quanto si accumulerebbe respirando anche per un minuto e mezzo una miscela con una pressione parziale di ossigeno pari a 2 atm o per 1 minuto una miscela con una pressione parziale di ossigeno pari a 3 atm. A livello del mare (quindi con pressione parziale di ossigeno pari a 0,295 atm) in 24 ore (1.440 minuti) accumuliamo circa 425 UPTD e viviamo benissimo. Man mano che le UPTD crescono intervengono fenomeni dannosi: la capacità vitale polmonare si riduce significativamente e occorrono poi diverse ore in condizioni normossiche per riportarla ai valori normali, mentre nei casi più estremi si possono riportare danni permanenti. Già a 615 UPTD la capacità vitale si riduce del 2%, per salire al 10% a 1.425 UPTD, al 15% a 1.815 UPTD e al 20% a 2.190 UPTD, ma siamo già a valori ben oltre i limiti raccomandati. L’azoto quindi non è un gas inutile: senza il suo effetto diluente la nostra capacità vitale si ridurrebbe (come avviene nelle lunghe esposizioni all’ossigeno puro) e il nostro gas vitale diventerebbe per noi un veleno.
Purtroppo, come tutti i subacquei sanno, l’azoto ha anche un effetto narcotico. Ma non vi tedieremo con discorsi che sono facilmente reperibili sulle pagine di qualunque manuale didattico.
È invece divertente (e più adatto al clima vacanziero di agosto) sapere che l’effetto narcotico dell’azoto fu sfruttato praticamente, a scopo anestetico, per la prima volta da un dentista americano, il dott. Horace Wells. Per anestetizzare i suoi pazienti egli usava protossido d’azoto, che aveva tuttavia effetti esilaranti. Anche se lo subiamo in scala ridotta, noi subacquei conosciamo bene il fenomeno, tanto da definire la narcosi anche “ebbrezza di profondità”. Per inciso il tentativo del Dott. Wells di dimostrare a una commissione di medici di Boston la validità del suo trattamento andò male. Onde evitare che il paziente ridesse, evento certo non consono a una commissione medica, egli usò poco protossido d’azoto. Il risultato fu che il paziente si lamentò per il dolore e il Dott. Wells dovette lasciare l’Università!
L’elio
L’elio entrò in gioco nell’attività non professionale solo con l’avvento della “subacquea tecnica”. Ma in realtà le miscele con questo gas esistono già da molto tempo. Probabilmente fu il già citato Haldane figlio a sperimentare per primo le miscele di elio e ossigeno, nel 1943, quando una società americana che produceva gas dichiarò che queste miscele offrivano una minore probabilità di contrarre l’embolia. Il fatto che durante gli esperimenti egli si procurò una bolla di elio nel midollo spinale lo rese giustamente scettico nei confronti «dell’arte di vendere degli americani». Peraltro è da notare che già nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso, Zetterstrom si immerse fino a 147 metri utilizzando una miscela di elio e ossigeno e decomprimendosi con nitrox. Purtroppo morì di ipossia ed embolia quando fu tirato in superficie troppo presto da un assistente.
L’elio è stato introdotto nell’attività subacquea solo per ridurre il potenziale narcotico della miscela respirata. Infatti se scendendo in profondità la pressione parziale dell’azoto aumenta oltre un certo limite questo diluente “ideale” non è più tale per via dei suoi effetti narcotici. D’altra parte non possiamo aumentare la percentuale di ossigeno, altrimenti andremmo in iperossia. Dobbiamo quindi aggiungere un altro gas, come diluente, che abbia effetti narcotici minimi.
Da questa considerazione sono nate le miscele con elio, uno dei gas che meglio si prestano allo scopo, a parte il non piccolo difetto di costare tanto. Successivamente, secondo alcune moderne teorie decompressive, l’utilizzo di elio è oggi da qualcuno visto, in netta antitesi con il passato, anche come un modo per ridurre la durata totale della decompressione. Ma questo è un argomento troppo complesso per il clima vacanziero di agosto; magari ne parleremo durante il prossimo inverno. Per il momento… buone immersioni!
COME È NATA L’ARIA?
L’atmosfera primordiale del nostro pianeta era, per noi, del tutto irrespirabile. C’era l’azoto, come oggi, il vapore acqueo e molto biossido di carbonio. Mancava però il nostro gas vitale: l’ossigeno. Secondo molti scienziati le forme di vita che producevano metano, definite per questo motivo “metanogeni”, dominavano la Terra. Circa 2,3 miliardi di anni fa, tuttavia, iniziò il fenomeno che nel mondo anglosassone è conosciuto come “The Great Oxydation Event”, la “grande ossidazione”. Improvvisamente (in tempi geologici) l’ossigeno superò il valore di soglia, permettendo anche la formazione dello strato di ozono (una molecola particolare costituita da tre atomi di ossigeno invece dei consueti due) che protegge la superficie terrestre dalla penetrazione di radiazioni ultraviolette ad alta energia. Chi generò questo ossigeno, rendendo possibile l’evoluzione della vita come la conosciamo oggi? Furono altre forme di vita, quelle che oggi chiamiamo “cianobatteri”. L’ossigeno da loro prodotto è infatti letale per i metanogeni. Grazie a questa potente “arma chimica” i cianobatteri poterono conquistare la superficie del nostro pianeta, relegando i metanogeni, che pure costituiscono quasi la metà di tutti gli Archaea (uno dei tre regni degli organismi viventi) a sopravvivere oggi solo in pochi ambienti, privi di ossigeno.

GAS E NARCOSI
Sebbene non sia ancora del tutto certo quale causa produca la narcosi da gas inerte, esperimenti sul campo – come quelli condotti da Jack Haldane - hanno da tempo provato l’efficacia di riduzione degli effetti narcotici prodotta dall’introduzione di alcuni gas nella miscela respirata. Secondo l’ipotesi di Myer-Overton sulla narcosi di azoto ciò avviene per la correlazione fra i suoi effetti e la solubilità dei gas nei lipidi. Tuttavia alcuni ricercatori hanno dato grande importanza anche alle forze di attrazione intermolecolare di Van der Waals, dovute allo squilibrio di distribuzione delle cariche (come avviene per la molecola dell’acqua che è dipolare). Se la narcosi fosse dovuta a esse anche l’ossigeno potrebbe essere considerato narcotico.
L’elio ha il migliore potenziale narcotico. I suoi effetti sono pari, in via ipotetica, a meno di un quarto di quelli dell’azoto. Il suo unico problema è il costo alto, per via della scarsa reperibilità (sul nostro pianeta, mentre è uno dei due elementi più diffusi nell’Universo … sigh!). Al suo posto andrebbe altrettanto bene il neon, con un potenziale narcotico pari a poco meno del 30% di quello dell’aria e un comportamento simile all’elio ai fini decompressivi. Tuttavia anche il neon costa moltissimo e quindi si preferisce usare l’elio. L’idrogeno è un ottimo gas respiratorio per alte profondità, sebbene teoricamente il suo potenziale narcotico sia la metà dell’aria. Tuttavia il suo grande inconveniente è che una sua miscela con percentuale di ossigeno superiore al 4% è esplosiva. L’utilizzo di idrogeno quindi è limitato a pochi casi e … con molte precauzioni! L’argon invece è del tutto sconsigliabile come gas respiratorio, in quanto il suo potenziale narcotico è più che doppio rispetto all’aria.
Il fatto che delle volte vengano utilizzate nelle miscele gas che qui abbiamo citato come “sconsigliati” non deve trarre in inganno: per abbreviare i tempi della decompressione conviene cambiare miscele respiratorie. In immersioni estreme può diventare necessario quindi utilizzare, nei loro limiti di sicurezza, anche gas generalmente “sconsigliabili”.
LA PUREZZA DEI GAS
Nella realtà pratica non esistono ancora norme dello Stato Italiano che definiscono le miscele respiratorie per “uso subacqueo”. Ce ne sono per la medicina, la farmaceutica, l’aeronautica, ecc., ma noi subacquei (lasciatemi aggiungere “per fortuna” visto quello che accade con le normative europee!) siamo ancora esclusi. Tuttavia dovremmo avere dei riferimenti generali. Potremmo quindi adottare quelli denominati STANAG NATO 1079, che sembra siano utilizzati anche dalla nostra Marina Militare. Di seguito riportiamo, per i gas più importanti, i principali standard di purezza indicati in queste norme.
ARIA
Ossigeno: fra il 20% e il 22%.
Biossido di carbonio: max 0,05% (500 ppm).
Monossido di carbonio: max 0,001% (10 ppm).
Vapori di olio: max 2 mg/mc.
Altri fattori: libera da polvere e altri inquinanti.
Contenuto di acqua a 1 atm e 15 °C: max 0,05 g/mc
OSSIGENO
Ossigeno: min 99,5%.
Biossido di carbonio: max 0,03% (300 ppm).
Altri fattori: libero da polvere e altri inquinanti.
Contenuto di acqua a 1 atm e 15 °C: max 0,02 g/mc.
ELIO
Elio: min 99,997%.
Ossigeno: max 0,0003% (3 ppm).
Neon: max 0,0023% (23 ppm).
Azoto e Argon (in totale): max 0,0005% (5 ppm).
Idrogeno: max 0,0001% (1 ppm).
Idrocarburi: max 0,0001% (1 ppm).
Vapori di olio: max 2 mg/mc.
Acqua: max 0,0009% (9 ppm).
Altri fattori: punto di rugiada non più alto di -61 °C.
TABELLA 1
Limiti temporali (in minuti) di esposizione alla pressione parziale di ossigeno
PO2 U.S. Navy (1960) NOAA eccezionale (1990) NOAA standard (1990)
0,51 - 0,60 - - 720
0,61 - 0,70 - - 570
0,71 - 0,80 - - 450
0,81 - 0,90 - - 360
0,91 - 1,00 - - 300
1,01 - 1,10 - - 240
1,11 - 1,20 - - 210
1,21 - 1,30 - 240 180
1,31 - 1,40 - 180 150
1,41 - 1,50 - 150 120
1,51 - 1,60 - 120 45
1,61 - 1,70 420 75 non permesso
1,71 - 1,80 180 60 non permesso
1,81 - 1,90 50 45 non permesso
1,91 - 2,00 50 30 non permesso
2,01 - 3,00 30 non permesso non permesso
3,00 - 3,50 10 non permesso non permesso