lunedì 3 agosto 2009

Benvenuti

In questo blog parleremo solo di Trimix, di come diventare un Trimix diver, dove frequentare i corsi, di attrezzatura, di immersioni, di viaggi e spedizioni, tutti sotto l'insegna della parola Trimix.
Per cominciare possiamo dire che i nostri corsi vengono svolti con la didattica internazionali PSS (
Professional Scuba Schools) ed hanno come obiettivo non quello di brevettare trimix diver, ma quello di formare subacquei consapevoli del percorso tecnico appreso e fornire quelle conoscenze extra che non troverete nei classici corsi tek.

mercoledì 22 agosto 2007

SEMINARI "TEK"

Ormai non si parla di immersioni tecniche sia in bene che in male e a volte anche in maniera un pò confusionale. Per dare un pò di chiarezza per i soci della Scuola Sub Kon-Tiki, sono stati organizzati due seminari per parlare di questi argomenti.Il primo seminario tratterà sulla configurazione minimalistica delle attrezzature per i subacquei tecnici, mentre il secondo seminario tratterà sulla sicurezza nelle immersioni tecniche.Natualmente i seminari sono gratuiti e si svolgeranno presso la sede della scuola sita in Firenze Via Bibbiena n.21 presso il Cral Quadrifoglio

Il seminario è a numero chiuso, per cui prenotatevi

1° seminario
(la configurazione minimalistica delle attrezzature per i sub tecnici)
verrà svolto ad aprile 2010;

2° seminario
(la sicurezza nelle immersioni tecniche)
si svolgerà a maggio 2010
per informazioni e/o prenotazioni:
Luca 3313657778
info@corsotrimix.it

Explorer Team Kon-Tiki













Explorer Team, ha il compito di “scoprire” iniziando da terra, tra le numerose carte di archivi e biblioteche, l’ubicazione di un sito sconosciuto, oppure di uno già conosciuto, sempre nel rispetto delle normative locali, in quanto le persone che decidono di entrare nel Team non si devono identificare in “cacciatori di relitti”, ma di scopritori della storia del relitto, e questo non importa se non sono stati i primi a scenderci sopra.Al fine di formare gruppi di persone affiatate guidate con l’obiettivo di stare insieme, divertirsi e scoprire una parte della propria storia, l’Explorer Team organizza serate a tema circa scoperte di nuovi relitti e/o siti di particolare interesse.Ai partecipanti del Team vengono offerti corsi di formazioni tek a prezzi vantaggiosi rispetto a quelli di mercato, nonchè corsi di aggiornamento sulle varie tecniche che via via entrano nella vita subacquea.



Per informazioni:

explorer@kon-tiki.biz

sabato 21 luglio 2007

Dovrei diventare un Tek Diver??

La subacquea tecnica oggi giorno sta avendo un notevole incremento, anche grazie alla smania economica di alcune didattiche e istruttori, che pur di raccimolare adepti e denari, illudono il subacqueo ricreativo a credere che l’immersione tecnica è semplice e alla portata di tutti, mostrando manuali colorati, ricchi di foto e scarsi di contenuti. il peggio è in alcuni casi l’iter istruzionale con cui vengono abilitati i futuri insegnanti di questa disciplina. Ultimamente mi è capitato di vedere persone che durante il loro corso allievo tek alla fine venivano anche abilitati ad insegnare, e questo credetimi mi ha lasciato molto perplesso……Tornando all’argomento principale di questo post è la domanda che ogni subacqueo ricreativo, affascinato da questo mondo dovrebbe porsi:


Dovrei diventare un subacqueo Tek??
Sebbene la subacquea tecnica sembri il passo immediatamente successivo al corso nitrox, è importante che tu rifletta a lungo sull’opportunità di seguire un corso di questo tipo.La prima domanda che devi porti è perchè vuoi oltrepassare i limiti. Devi dare una risposta precisa, non generale, e valida. Solo a questo punto puoi rispondere alle domande che seguono.

Quale è la motiviazione reale?
Hai una ragione sincera e solida per seguire questi corsi? Hai un interesse verso un particolare luogo di immersione od una particolare sfida da raccogliere? se non sai rispondere subito a queste domande non seguire un corso tecnico.

Non sto compiendo questo passo troppo presto?
Un subacqueo deve avere una grande esperienza e deve sentirsi completamente a suo agio sotto’acqua in tutte le situazioni, prima di affrontare un corso tecnico. Se in qualche situazione (forte corrente, perdita della maschera etc) non tisenti tranquillo è troppo presto per diventare un subacqueo tecnico.

Sono atleticamente preparato?
Le attività della subacquea tecnica richiedono grandi sforzi fisici:trasportare equipaggiamenti pesanti, spesso in luoghi impervi, nuotare con attrezzature ingombranti contro forti correnti, etc etc

Sono abbastanza disciplinato?
Poche attività, salvo l’aeronautica, si basano sull’assoluto rispetto delle procedure, come avviene nella subacquea tecnica. Devi essere attento, meticoloso e restare sempre aggiornato come conoscenze, l’addestramento, procedure ed equipaggiamento. Un corso tecnico finisce, l’addestramento relativo mai!

Sono consapevole dei miei limiti emotivi?
Un subacqueo tecnico deve svolgere molti compiti, contemporaneamente e sotto forte tensione emotiva.Egli deve essere in grado di risolvere autonomamente qualunque problema, mantenendo constantemente l’autocontrollo.

Queste sono alcune delle domande cui dovresti rispondere sinceramente prima di decidere di frequentare un corso di subacquea tecnica.Non avere paura a rispondere da solo, una buona capacità di autovalutazione è una qualità sempre necessaria nella subacquea tecnica. Ricorda tuttavia che, sebbene i subacquei tecnici abbiano riportato significativi successi nell’esplorazione dell’ambiente sommerso in tutto il mondo,le attività restano comunque ad alto rischio. La filosofia della nostra scuola e della nostra didattica ritiene che pochi subacquei hanno le caratteristiche per diventare subacquei tecnici e pochissimi abbiano quelle di qualificarsi come istruttori tecnici.
Apprendere da queste persone significa minimizzare i rischi!!

giovedì 5 luglio 2007

Nuova scoperta

Obbiettivo centrato!!!!
il Team D.W.E.L.L.E.R durante alcune immersioni a largo dell’Isola d’Elba ha individuato un relitto risalente al secondo conflitto mondiale. Si tratta del posamine FR.70 (ex francese La Coubre). La nave si trova adagiata sul fondo a 75 metri in perfetto assetto di navigazione, ancora integra nel suo splendore. La storia di questo relitto è abbastanza semplice infatti La Coubre, era un Trawler in acciaio, requisito a privati dalla Marina francese nel 1939.Fu catturato dagli italiani ad Aiaccio ed incorporato nella Regia Marina nel 1942.Costruito nel 1912.Dislocamento t. 253.Lunghezza m. 38,6.Caldaie alternative da 510 hp.Velocità 10 nodi.
La nave fu affondata all’Isola d’Elba il 25.7.1943 da un sommergibile avversario.Ed ora dopo 64 anni la FR.70 viene individuata dal Team D.W.E.L.L.E.R della Scuola Sub Kon-Tiki di Firenze. Le immersioni sul relitto sono state svolte da Stefano Ruia, responsabile della parte tecnica della PSS Worldwide e Luca Sasdelli, istruttore della Scuola Sub Kon-Tiki. Ora che la scoperta è stata fatta a breve verrà organizzata una spedizione con l'obiettivo di filmare e acquisire più dettagli sul relitto da parte del team D.W.E.L.L.E.R.
Un particolare ringraziamento va a Fabio Agostinelli del Diving Center Polo Sub di Marciana Marina per la logistica e l'assistenza fornita.


Leggi l'articolo del subacqueo sulla spedizione







alcune foto del relitto
foto. Mirko-Berni













p.s
la foto della nave in bianco e nero, non raffigura la FR70, ma una nave simile

domenica 20 maggio 2007

Corsi Trimix PSS









CORSO TRIMIX 60


Il corso Trimix 60 metri è stato strutturato per soddisfare le esigenze di coloro che vogliono iniziare ad effettuare immersioni profonde utilizzando l’elio come gas nella miscela respiratoria. E’ fondamentale, in quanto nel corso Trimix 60 metri si forma la base sulla quale si costruirà il futuro delle immersioni con miscele ternarie dell’allievo.Inoltre in questo corso sono insegnate le nozioni teoriche fondamentali, necessarie per l’utilizzo di elio nelle miscele respiratorie.Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi con autorespiratore a circuito aperto, senza necessità della supervisione di un professionista, entro i limiti fissati per la subacquea tecnica, con le seguenti restrizioni:

  • profondità massima 60 metri;
  • durata totale della decompressione pianificata, inclusa risalita, non superiore a 90 minuti(anche in emergenza);
  • utilizzo di sole miscele binarie ossigeno-azoto e ternarie ossigeno-elio-azoto, con percentuale di ossigeno superiore al 20%-utilizzo di una o due miscele decompressive diverse da quella di fondo; la percentuale di ossigeno in tali miscele può variare dal 32% al 100%.


CORSO TRIMIX 80

Il corso Trimix 80 metri è una naturale prosecuzione del corso Trimix 60, rispetto al quale si aggiunge la difficoltà di utilizzare due bombole decompressive portate dal subacqueo. Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi con autorespiratore a circuito aperto, senza necessità della supervisione di un professionista, entro i limiti fissati per la subacquea tecnica, con le seguenti restrizioni:
  • profondità massima 78 metri;
  • utilizzo di sole miscele binarie ossigeno-azoto e ternarie ossigeno-elio-azoto, con percentuale di ossigeno superiore al 16%;
  • utilizzo di una o due miscele decompressive diverse da quella di fondo; la percentuale di ossigeno in tali miscele può variare dal 32% al 100%.

CORSO TRIMIX 100

Il corso Trimix 100 metri è una naturale prosecuzione del corso Trimix 80, rispetto al quale si aggiunge la difficoltà di gestire una miscela da viaggio, per via della leggera ipossicità della miscela di fondo.
Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi con autorespiratore a circuito aperto, senza necessità della supervisione di un professionista, entro i limiti fissati per la subacquea tecnica, con le seguenti restrizioni:

  • profondità massima 100 metri;
  • utilizzo di sole miscele binarie ossigeno-azoto e ternarie ossigeno-elio-azoto, con percentuale di ossigeno superiore al 12%;
  • utilizzo di due miscele decompressive diverse da quella di fondo; la percentuale di ossigeno in tali miscele può variare dal 32% al 100%.



Corso Decompression + Accelereted

E' vero abbiamo detto che qui si parla di solo trimix, però prima di arrivarci dobbiamo prima entrare nella subacquea tecnica….. questo è il primo passo per entrare in questo mondo vi offriamo la possibilità di frequentare i primi due livelli della piramide della subacquea Tecnica. Il primo corso e il Decompression Techniques Esso è quindi una tappa obbligatoria per l’acquisizione di una qualifica tecnica PSS.Il corso Decompression Techniques rappresenta una eccezionale opportunità di crescita nella carriera di ogni subacqueo esperto. La qualità delle conoscenze acquisite e l’applicazione pratica delle tecniche per immersioni che oltrepassano la curva di sicurezza, permettono di estendere consistentemente i limiti delle proprie possibilità, dando nel contempo una maggiore capacità autonoma di analisi dei rischi. Infine è in questo corso che sono apprese le tecniche base per fronteggiare alcune importanti situazioni di emergenza della subacquea tecnica. Esso è quindi una tappa obbligatoria per l’acquisizione di una qualifica tecnica PSS.Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi, senza necessità della supervisione di un professionista, entro la profondità massima di 45 metri, con la possibilità di oltrepassare la curva di sicurezza, purché la durata totale della decompressione (inclusa risalita) non superi i 30 minuti. Il successivo passo è il corso Accelerated Decompression Techniques rappresenta la naturale prosecuzione del Decompression Techniques. Le conoscenze e le tecniche acquisite in questo corso permettono di ridurre in modo significativo la durata della decompressione, grazie all’utilizzo di miscele iperossigenate.Al termine del corso l’allievo sarà in grado di immergersi con autorespiratore a circuito aperto, senza necessità della supervisione di un .professionista, entro i limiti fissati per la subacquea tecnica, con le seguenti restrizioni:
  • profondità massima 50 metri;
  • durata totale della decompressione pianificata, inclusa risalita, non superiore a 45 minuti (anche in emergenza);
  • utilizzo di sole miscele binarie azoto-ossigeno, con percentuale di ossigeno superiore al 20%;
  • utilizzo di una sola miscela decompressiva diversa da quella di fondo; la percentuale di ossigeno in tale miscela può variare dal 32% al 100%..

    Per poter partecipare al corso bisogna possedere i seguenti requisiti:
  • Brevetto deep diver PSS od equivalente;
  • Brevetto Rescue Diver PSS od equivalente;
  • Avere già svolto e registrato almeno 50 immersioni, fra le quali 20 o più o profondità fra i 30-40 metri;

D.W.E.L.L.E.R


Le acque di tutto il mondo nascondono relitti, che giacciono oltre le profondità consuete dell’attività subacquea ricreativa. È possibile immergersi in località remote, a profondità di cento metri ed oltre? Non è difficile, molti “cacciatori di relitti” lo fanno, ma con una nave appositamente attrezzata ed un team di professionisti. Possono farlo anche i subacquei che si immergono solo per proprio piacere, utilizzando le preziose “ferie” e pagando di persona le proprie spese? Per verificare praticamente questa possibilità la PSS Technical Training ha concepito il programma di ricerca “D.W.E.L.L.E.R.” Ricerca sull’esplorazione dei relitti profondi con attrezzatura leggera e limitata) .

I° esperimento D.W.E.L.L.E.R

Il primo esperimento pratico di questo programma si è potuto svolgere grazie alla collaborazione dell’Istruttore PSS Enzo Giannini, che con la Planet Divers opera da molti anni in Egitto su rotte inconsuete. Grazie ad una sua segnalazione, un team di validi subacquei tecnici PSS si è potuto recare sul piccolo reef di Daedalus.L’occasione era ottimale perché il luogo è molto remoto e la barca da crociera “Planet One” ben si presta a essere adattata all’immersione tecnica. Le pareti di Daedalus, inoltre, sprofondano verticalmente fino a oltre 60 metri, per poi cadere con forte pendenza a profondità abissali; vi era quindi una buona probabilità che un eventuale relitto fosse a profondità intorno ai cento metri, limite minimo imposto dai protocolli del programma di ricerca.Facevano parte del team la troupe del famoso regista Pippo Cappellano, per la parte documentaristica, ed i bravissimi fotografi Antonello Paone e Maria Pia Pezzali.Proprio per lo spirito del programma di ricerca, le scelte delle attrezzature non hanno potuto rispondere a criteri di configurazione ottimale, ma a quelli di ottimizzazione di quanto esistente in loco. La scelta per la miscela di fondo, ad esempio, è stata quella di abbinare due “consuete” bombole da 12 litri (in realtà sono di minore capacità) con dei blocchi di fissaggio, mantenendole indipendenti e dotando ogni bombola di un proprio erogatore e manometro. Anche per le miscele decompressive si sono utilizzate bombole in alluminio, della stessa capacità o di volume ridotto, disponibili sulla Planet One e che si possono anche noleggiare facilmente a Hurghada.Ogni subacqueo si immergeva con le proprie attrezzature preferite, in modo di avere una ampia disponibilità di variabili (muta stagna o semistagna, erogatori di diverso tipo e marca, ecc.), più confacente all’oggetto di studio del programma.La scelta di utilizzare più miscele decompressive rispondeva all’esigenza di potere sopperire in ogni momento alla eventuale mancanza di una di esse per malfunzionamento tecnico, senza allungare eccessivamente i tempi di decompressione. Le tabelle sono state appositamente elaborate per l’occasione, utilizzando un software commerciale con un algoritmo “a gas libero”, quindi con tappe decompressive che iniziano in profondità (prima tappa a 69 metri per il profilo tipo sopra esposto). I profili generati dal software commerciale sono poi stati inseriti in un foglio di calcolo in grado di plottare i gradienti di sovrasaturazione massima per 18 compartimenti di un algoritmo haldaniano classico - con periodi di emisaturazione fra 1 e 640 minuti - in modo da determinare delle correzioni standard da apportare alle soste meno profonde (dai 12 metri alla superficie), per ridurre le “asperità” della curva della tensione tissutale nei diversi compartimenti. Non ci sono stati incidenti di nessun tipo, né sensazioni anomale attribuibili a embolie “invisibili” (affaticamento, nausea, piccoli dolori articolari, ecc.).Ottime le cifre del lavoro svolto: sono state eseguite 73 immersioni-uomo sul relitto, con un totale di tempo di fondo di circa 20 ore (1.191 minuti), il che significa quasi 130 ore (7.743 minuti) di tempo totale di immersione, che diventano oltre 168 sommandovi la durata delle 40 immersioni-uomo di assistenza.Con questa intensa serie di immersioni il team è riuscito a documentare ed esplorare completamente il relitto “vergine” dello “Zealot”, uno splendido “spar-decked steamer”, cioè una nave a vapore attrezzata con alberi per le vele, simile al più famoso Carnatic, relitto molto frequentato dai subacquei e situato più a nord. Lungo 74 metri e con una capacità di carico pari a 1.328 tonnellate lorde, lo “Zealot” poteva navigare a 12 nodi di velocità, spinto dai 120 HP del suo motore a due cilindri di espansione. Affondò il 14 ottobre del 1887, dopo avere urtato il reef di Daedalus alle 5:49 di mattina. Per fortuna non ci furono perdite di vite umane, né fra i 2 passeggeri né fra i 53 membri dell’equipaggio. Il suo prezioso carico di balle, casse e oltre 100 tonnellate di ferro (per un valore totale di circa 25.000 sterline al tempo) è oggi sparso sul fondo, fra 100 e 110 metri di profondità.Questo primo esperimento del programma Dweller di PSS Technical Training ha dimostrato come condurre una seria ed esauriente ricerca e documentazione di relitti molto profondi in Mar Rosso non sia né un azzardo né impossibile. Al contrario è una reale e concreta possibilità cui tutti i subacquei tecnici, purché dotati di una buona preparazione di base e della dovuta esperienza, possono partecipare, grazie alla crescita delle risorse disponibili localmente.Una delle ragioni dell’ottima riuscita di questo esperimento discende direttamente da una caratteristica della didattica PSS Technical Training: l’addestramento “adattativo”. Questo tipo di formazione, nel contesto odierno, costituisce una peculiarità PSS. All’interno del percorso didattico che porta al raggiungimento dell’ambito brevetto Trimix 100 metri, infatti, gli allievi dei cosi tecnici devono provare diverse configurazioni di attrezzature, varie miscele e più algoritmi decompressivi. In definitiva invece di insegnare un “metodo” basato su rigide codifiche comportamentali e di configurazione di attrezzature, in PSS Technical Training si insegna il “metodo” della predominanza della conoscenza e della razionalità sulle attrezzature e sulle disponibilità. Il percorso formativo è sicuramente più lungo e complesso, in quanto bisogna sviluppare una profonda conoscenza e una grande pratica di molti sistemi, ma alla fine si raggiunge un livello di qualità tale da permettere di adattarsi a qualunque situazione, senza avere l’insensata pretesa che sia la situazione … ad adattarsi alle proprie esigenze.In conclusione anche per i subacquei tecnici che si immergono per proprio piacere, è iniziata l’era dell’esplorazione dei relitti profondi delle calde acque del Mar Rosso. Il programma D.W.E.L.L.E.R. è stato concepito e reso operativo da PSS Worldwide proprio per dare un cordiale “benvenuti” a tutti coloro che decideranno di esplorare le calde acque dell’ancora vergine fascia profonda di questo sorprendente mare.
D.W.E.L.L.E.R - POLLUCE
Polluce” È con orgoglio che PSS Worldwide vi presenta una seconda “impresa” di un team di subacquei formati in PSS Technical Training ed appartenenti al Programma di Ricerca “D.W.E.L.L.E.R.”, diretto da Stefano Ruia. Si tratta delle immersioni per la documentazione del recupero del tesoro del Polluce, l’unico relitto di nave italiana che nasconde un tesoro.Numerosi quotidiani e riviste, “di settore e no, ne hanno diffusamente parlato. All’operazione di recupero del carico del Polluce ha provveduto una fruttuosa sinergia fra pubblico e privato. In pratica i lavori di recupero sono stati finanziati e condotti, sotto l’attento controllo delle istituzioni (M.B.A.C. – S.T.A.S. – SBAToscana – CC TPC – M.M.), da un consorzio di privati (HDS Italia – Marine Consulting – C.N.S. – Capmar Studios), che in cambio ha ottenuto il diritto di organizzare, per un determinato periodo di tempo, mostre e proiezioni sulle operazioni.La documentazione delle attività è stata affidata alla Capmar Studios di Roma che ha chiamato il team D.W.E.L.L.E.R. per organizzare, svolgere e supervisionare le immersioni del team di ripresa, l’unico autorizzato a scendere sul relitto a circa cento metri di profondità.

ATTREZZATURA PER CORSO TRIMIX

Come sappiamo, per poter praticare questo tipo di immersioni, necessitiamo di una attrezzatura diversa, da quelle che usiamo normalmente nelle nostre immersioni ricreative. Di seguito viene elencato un classico equipaggiamento adatto per un corso Trimix

Equipaggiamento per corso trimix
Durante le immersioni in acque libere ogni partecipante deve indossare:
  • pinne;
  • maschera;
  • maschera di riserva;
  • aeratore rimovibile;
  • muta con protezione termica adeguata;
  • zavorra;
  • due erogatori separati (INT o, meglio, DIN 200) - il secondo stadio principale deve essere provvisto di frusta lunga almeno 1,5/2 metri (60-80 inches);
    – ogni erogatore deve disporre di manometro subacqueo;
  • giubbetto equilibratore in grado di sostenere un bibombola con sistema di gonfiaggio a bassa pressione; la capacità di spinta del sacco deve essere di almeno 25 kg (55 pounds);
  • dispositivo di segnalazione di emergenza;
  • bussola;
  • doppio sistema di misura della profondità e del tempo o doppio computer d'immersione (meglio se con la funzione “bottom timer” o “gauge”);
  • erogatore (INT o, meglio, DIN 200) per bombola decompressiva, completo di manometro;
  • imbracatura per bombola decompressiva (vanno benissimo anche quelle “da viaggio” di Dive System o Best Divers);
  • una lampada subacquea principale (meglio se a batterie ricaricabili) e una di riserva (meglio se a batterie usa e getta);
  • due utensili da taglio di tipo diverso (coltello o tagliasagole o forbici o "Z-knife");
  • cimetta per corrente (jon-line);
  • mulinello con cima di lunghezza di almeno 50 metri (165 feet);
  • rocchetto (spool) con cima di almeno 22 metri (75 feet);
  • pallone di superficie (qualsiasi colore meno che giallo) con spinta minima di 20 kg (45 pounds);
  • pallone di emergenza di colore giallo, con lavagnetta e matita specifici.
  • lavagnetta subacquea e matita.

Helio Olio e Peperoncino


Chi dice che la subacquea tecnica è formata solo da super uomini?? Il gruppo Helio Olio e Peperoncino, dove la subacquea tecnica è sicura, rigorosa e divertente, è nato dal primo corso 'ufficiale' Trimix 60 PSS che si è svolto dal 18 al 25 febbraio 2007 a bordo del M/y Planet One, in Mar Rosso
.



Caccia di relitti o di guai?


A caccia di relitti di Luca Sasdelli

Da alcuni anni su varie riviste di settore o su internet sempre più subacquei scoprono relitti o fanno ricerche per la loro individuazione. Ma si possono effettuare queste ricerche?

La tutela dei beni culturali
E' noto a tutti come l’attività di tutela dei beni culturali (tra questi rientrano, dopo la ratifica del “Codice Urbani”, anche le navi d’interesse storico e quelle che hanno più di 75 anni di età) spetti alle competenti soprintendenze archeologiche mediante la ricerca, lo scavo ed il recupero di tali beni sull’intero territorio nazionale, comprese le acque interne e quelle marittime. Queste attività rientrano nei compiti istituzionali del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ai sensi testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali di cui al decreto legislativo n. 42/2004.
E' altrettanto noto però come, per carenza di provvedimenti organici e per l’attitudine culturale a considerare prioritarie le ricerche sulla terra ferma, l’attività di ricerca subacquea sia stata solo occasionalmente oggetto di attenzione da parte delle strutture ministeriali. Sostanzialmente si ritiene che i beni sommersi siano più al sicuro di quelli sulla terraferma.
D’altra parte ci si rende conto che tale atteggiamento deve essere rapidamente superato, visto che oggi i processi tecnologici consentono il recupero di giacimenti culturali presenti in modo significativo nelle acque, cosa che prima non era possibile per i limiti connessi alle tecnologie stesse. Non è un caso che oggi si “scoprano” (anche se spesso si tratta di “riscoperte”) molti relitti un tempo dispersi.
I danni dei “dilettanti”
D’altra parte questi progressi tecnologici – nel momento in cui giungono alla portata di “chiunque” - fanno sì che gli stessi giacimenti culturali, se non tutelati e recuperati dalle competenti autorità preposte, restino inevitabilmente esposti a ricerche clandestine e quindi a furti, vedasi la vicenda assai nota del prezioso carico sul relitto del piroscafo Polluce, il cui processo si è aperto da poco tempo.
Sotto un altro aspetto, inoltre, bisogna registrare un sempre crescente interesse per questo specifico settore della ricerca archeologica da parte di persone non ufficialmente preposte a svolgere il compito. Ciò da un lato consente una rilettura della storia sulla base dei risultati dei ritrovamenti, ma dall’altro– paradossalmente - presenta il rischio, se le ricerche e i ritrovamenti non saranno condotti con criteri scientifici, di produrre danni irreversibili al patrimonio archeologico e storico.
Il fenomeno è ampiamente conosciuto e le stime parlano di migliaia di relitti di navi, alcune risalenti anche al primo millennio avanti Cristo, presenti in prossimità delle nostre coste ed interessate da questo danneggiamento. Lo stesso Consiglio d’Europa se ne è occupato sin dal 1978 con la raccomandazione n. 848 dello stesso anno e l’Organizzazione delle Nazioni Unite, nella Convenzione sul Diritto del Mare svoltasi a Montego Bay il 10 dicembre 1982, resa esecutiva nel nostro Paese dalla legge 2 dicembre 1994 n. 689, ha raccomandato agli Stati di estendere la legislazione statale relativa ai ritrovamenti archeologici anche agli spazi marini.
Si ipotizza che nel sommerso possano ritrovarsi ancora beni in numero maggiore di quelli conservati in tutti i musei di Francia, Grecia, Italia e Spagna messi insieme! Ciò è di particolare rilievo per il nostro Paese che, per ragioni storiche e geografiche, è quello in cui è presumibile che esistano le più significative presenze sommerse. E sufficiente ricordare al riguardo alcuni clamorosi ritrovamenti, come i «Bronzi di Riace», la nave romana rinvenuta intatta nelle acque antistanti l’antica città di Aquileia, nonché il ritrovamento di altre statue bronzee nel mare di Brindisi e il satiro danzante di Mazara del Vallo, casualmente rimasto impigliato nelle reti di pescatori del luogo. Ovvio quindi che la ricerca “abusiva” non sia permessa.
La ricerca
Resa evidente la necessità che lo Stato ha di difendere il suo patrimonio sommerso, torniamo alla domanda iniziale, che ogni subacqueo si fa mentre sogna di trovare un relitto vergine: «posso fare ricerche?» Prima di tutto bisogna chiarirsi sul termine: cosa si intende però per “ricerca”?
Non è possibile fornire una definizione esaustiva, che possa comprendere e risolvere tutte le possibili ipotesi che la realtà è in grado di prospettare; si può tuttavia cercare di rintracciare delle “linee guida”. In primo luogo nel concetto di “ricerca di un relitto” è insito il principio di “trovare”, “cercare” o “scoprire” qualcosa di ignoto, sconosciuto, mai ritrovato prima. In termini legali pare pertinente che si debba parlare di ricerca solo quando si opera per ritrovare un “quid novi”. In parole semplici si può dire che per parlare di “ricerca” si debba prospettare il caso di un bene ignoto sia nella consistenza o ubicazione, o noto nella consistenza ma di cui è ignota l’ubicazione o, nota l’ubicazione ne è ignota la consistenza.
E' evidente quindi che non si possa parlare di “ricerca” laddove ci si trovi di fronte ad un bene noto ed ubicato in un luogo conosciuto. Questi relitti sono visitabili senza problemi. Ma la definizione di ricerca comporta anche il dovere chiarire cosa significhi “conosciuto”.
Contrariamente a quanto possano pensare molti subacquei, “conosciuto” non significa che qualcuno – genericamente - già ne sia a conoscenza, o che sia apparso su una rivista o su Internet. I principi generali in materia di beni culturali sanciscono che un bene di cui siano noti ubicazione e consistenza può essere considerato bene culturale “rinvenuto” solo se sia stato già segnalato alle competenti autorità.In definitiva, quindi, si intende “ricercato” un bene culturale anche nel caso che detto bene sia noto ad una o più persone (si immagini i pescatori di un certo tratto di mare), ma mai segnalato alle competenti autorità. Si tratta di ricerca quindi anche nel caso in cui un pescatore accompagni un subacqueo su una “afferratura” non segnalata alle autorità. E' facile comprendere la ragione di tale principio: l’autorità pubblica, non essendo stata debitamente informata ai sensi dell’art. 90 (scoperte fortuite), non ha potuto intraprendere le iniziative più idonee a tutela del bene, che così rimarrebbe esposto al danneggiamento o al saccheggio.
Diversamente se il bene è “noto” nei termini sopra indicati e ne sia stata quindi data doverosa segnalazione alle autorità competenti, lo stesso può essere cercato e visitato. In tal caso infatti – fermo restando che è punito il furto o il tentato furto di beni culturali – pare non potersi sopprimere un “diritto di visita” da parte di chi sia interessato alla visione di tale bene; ciò, ovviamente, se non in contrasto con eventuali provvedimenti amministrativi (quali ordinanze della Capitaneria di Porto) posti a tutela e salvaguardia del bene stesso.
Condotta della ricerca
Chiariti i termini con i quali possa essere definito il bene oggetto della ricerca, resta da vedere quale sia “l’attività” di ricerca e quando la stessa violi il divieto di cui all’art. 175 del Dl.vo 42/2004 (Violazione in materia di ricerche archeologiche). Nel diritto penale vige il principio per il quale si è punibili qualora si ponga in essere una condotta potenzialmente offensiva del bene tutelato dalla norma penale (Cd. Principio di offensività). A contrario la punibilità è esclusa quando è impossibile l’evento dannoso o pericoloso e ciò per la inidoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto di essa. Da tale principio pare quindi desumersi che non possano essere ritenute punibili ricerche meramente documentali e storiografiche (per esempio in archivi storici aperti al pubblico) circa l’individuazione di beni culturali e della loro ubicazione e fini a sé stesse.
Ben diversa sarebbe da valutarsi la condotta di chi si mette in mare per la ricerca di beni culturali, sulla scorta di ricerche documentali fatte in proprio, fatte da terzi o sfruttando le conoscenze di chicchessia conseguite per esperienze personali. Insomma non agisce nel rispetto della legge chi si mette alla ricerca di un relitto sulla base di una “soffiata”. Da notare come siano perseguibili anche i soggetti che forniscono tali informazioni, qualora fossero a conoscenza degli intenti del “ricercatore abusivo”.
Il fatto che chi si metta in mare “alla ricerca” sia dotato o meno di attrezzature idonee per individuare la posizione del relitto (side scan sonar, ecoscandagli sofisticati, ecc.) e per il raggiungimento delle profondità necessarie (ROV, attrezzature trimix, ecc.) sono elementi importanti per provare che si è in presenza di una ricerca non autorizzata, ma ciò non è sempre necessario. Nel caso in cui un bene fosse casualmente rintracciabile su un basso fondale si opererebbe infatti una ricerca abusiva anche se in assenza di materiale tecnologico particolarmente sofisticato.Ci preme sottolineare come alla diffusione di notizie di “scoperte” di nuovi relitti si accompagnino talvolta foto con elementi (campana, parti del carico, ecc.) portati in superficie, prova evidente di un danno procurato al bene dello Stato.
Vige il divieto assoluto di asportare oggetti dai siti archeologici e/o relitti, in quanto detti beni fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato. In caso di asportazione di parte di relitti o reperti si andrà incontro al reato di impossessamento di beni culturali, punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da Euro 31 ad Euro 516,50. Si cade quindi nel penale. A parziale mitigazione di tale principio e pur sempre nel rispetto del superiore e fondamentale principio di cui all’art. 91 che proclama che i beni di cui all’art. 10 del citato D.L.vo "da chiunque ed in qualunque modo ritrovati nel sottosuolo o nei fondali marini appartengono allo Stato...", con l’art. 90 disciplina le "scoperte fortuite" dei beni di cui si tratta e gli obblighi che incombono sullo scopritore riconoscendo però a questi un “premio” secondo le regole ed i criteri di cui agli artt. 92 e 93.
Ovviamente i singoli fatti di vita reale possono porre dubbi circa la natura dell’attività espletata di volta in volta dal subacqueo, ma sono questioni che troveranno la loro soluzione su come si interpreteranno i fatti accertati, restando però fermi i principi generali sopra esposti.Alla fine di queste brevi note è chiaro che qualcuno possa non essere soddisfatto dalle conclusioni. Di ciò ne è consapevole anche il legislatore e in parlamento nelle precedenti legislature sono stati presentati diversi disegni di legge, aventi per oggetto proprio una più precisa regolamentazione in materia.
RELITTI PIU' RECENTI
Cosa succede per le navi con meno di 75 anni di età? Nel testo si cita il Codice Urbani, che tutela le navi d’interesse storico e quelle che hanno più di 75 anni di età. A questo punto qualcuno potrebbe pensare che i relitti della II guerra mondiale e più recenti non rientrino nella normativa. Ma non è così. Il codice, seppure non abbastanza semplificativo, ha dei punti cardini molto chiari: l’art. 91 del DL. 42/04 stabilisce che le cose indicate nell’art. 10, da chiunque ritrovate e in qualunque modo nel sottosuolo o sui fondali marini, appartengono allo Stato. Appare evidente che il relitto della II guerra mondiale, e quelli di epoche successive, trovandosi in acque territoriali italiane, appartengano allo Stato. Sarà quindi il competente Ministero, avuta notizia della scoperta, a dichiararne l’interesse storico e/o artistico, a vietarne la visita, ecc. Solo se dichiarato senza interesse storico e/o artistico il relitto potrà essere considerato “libero”, ma pur sempre di proprietà dello Stato Italiano.
L'autore dell'articolo
Luca Sasdelli, istruttore, subacqueo tecnico, grande appassionato di relitti, in servizio a Firenze presso il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri ci aiuta a trovare una risposta a questa domanda in questo articolo pubblicato sulla rivista 'Il Subacqueo'. Luca ha seguito da presso le vicende del Polluce e ha quindi affrontato questi temi anche dal punto vista delle convenzioni internazionali.

Subacquea Rec o Tek

Subacquea “Ricreativa” e “Tecnica” quale é la differenza?
di Stefano Ruia

Quale è la linea di confine fra immersioni “ricreative” ed immersioni “tecniche”? Essa è molto più definita di quanto si possa pensare; l’apparente sovrapposizione dei due campi deriva unicamente da una confusione di idee. Ogni tecnica subacquea, compreso l’utilizzo di miscele diverse dall’aria, può essere usata in varie situazioni, che possono spaziare dall’immersione a pochi metri di profondità fino alle lunghe penetrazioni di speleologia subacquea.
Non è quindi la tecnica usata, ma il tipo di immersione a determinare la differenza.
Le immersioni ricreative e quelle professionali
Cosa si dovrebbe intendere realmente per “immersione ricreativa”? Letteralmente il significato è quello di “immersione svolta per piacere personale”. Non c’è dubbio quindi che ogni immersione svolta da un subacqueo appassionato sia una immersione “ricreativa”. Anche se l’appassionato in questione è uno speleosub od un frequentatore di relitti profondi. All’opposto, una immersione professionale può essere considerata quella di chi la svolge per fini di lucro, cioè guadagnando in questa attività. Oltre ai sommozzatori professionisti, nella tipologia professionale ricadono le immersioni degli istruttori con gli allievi dei corsi, quelle delle guide, quelle dei fotografi subacquei al lavoro e quelle dei membri delle spedizioni di esplorazione o ricerca. Insomma chi svolge un compito preciso ha in genere una finalità professionale (anche se l’immersione costituisce per lui un piacere), mentre chi si immerge per “vedere cosa c’è” ha una finalità ricreativa, che sarebbe meglio definire “turistica”. La differenza è netta, perché nel primo caso ha molta più importanza il raggiungimento dello scopo che l’immersione in sé. Recentemente alcuni Istruttori hanno partecipato ad una spedizione per l’esplorazione di un relitto, segnalato da alcune persone locali. Giunti sul posto con tutte le attrezzature pronte per l’immersione profonda (circa 120 metri) ci si è resi conto che il punto segnalato non corrispondeva affatto con il relitto cercato. Sebbene tutti i componenti della spedizione ambissero solo ad immergersi, i pochi giorni utili sono stati spesi alla ricerca del punto preciso, senza poter entrare in acqua. Nessuno dei partecipanti (si noti che la spedizione era autofinanziata) si è lamentato per quanto successo. Non credo che un gruppo di subacquei “turisti” che parta per una settimana di immersioni e non le possa svolgere farebbe altrettanto!
I tre livelli delle immersioni ricreative
Abbiamo ora compreso come la maggioranza dei subacquei svolga comunque immersioni ricreative. Resta da definire il livello di difficoltà delle stesse. Semplificando l’argomento, possiamo considerare tre grandi livelli di difficoltà. Il livello più semplice è quello del subacqueo non autonomo, l’intermedio è quello del subacqueo autonomo che si immerge nei limiti tradizionali di sicurezza mentre il più complesso è quello del subacqueo autonomo che si immerge oltre uno o più di questi limiti. Può sembrare banale, eppure questa divisione è estremamente importante. Alla sua cattiva comprensione o alla sua mancata conoscenza si possono attribuire molti dei “mali” della subacquea odierna. Vediamo alcuni esempi pratici.
Confusione fra livelli
Un esempio evidente di confusione fra il primo ed il secondo livello, sono i corsi svolti in pochi giorni nei villaggi vacanze. Sebbene il pubblico realmente voglia solo imparare ad immergersi nel più breve tempo possibile, sempre e comunque sotto la guida di un professionista, i centri gli vendono un corso per subacqueo “autonomo”. Analogamente si fa spesso confusione fra secondo e terzo livello. Molte volte durante la preparazione delle attrezzature, i subacquei “tecnici” si sentono dire: “Non so proprio come facciate a scendere con tutte quelle bombole, io non ci riuscirei proprio. Ed è pure molto pericoloso! Ma chi ve lo fa fare?”. Magari queste affermazioni provengono da subacquei che, con l’equipaggiamento tradizionale, svolgono immersioni fuori curva di sicurezza, con decompressioni anche di quindici minuti! Nel tempo della decompressione chi rischia di più: un subacqueo che può respirare solo della propria bombola od uno che ha più riserve disponibili e che, grazie all’utilizzo di una miscela diversa, può ridurre quei quindici minuti a dieci o persino a cinque? Varcare uno dei limiti tradizionali porta automaticamente (per definizione) l’immersione dal secondo al terzo livello di difficoltà. In questo caso fattori importanti ma spesso trascurati nel secondo livello, come l’accurata programmazione dell’immersione, diventano essenziali per la sicurezza del subacqueo. Approfondiamo quindi quali siano i limiti tradizionali.
Immersioni in curva di sicurezza
Certamente il limite più importante (ma anche quello, purtroppo, più facilmente superato) è la curva di sicurezza. Alla base delle tecniche di emergenza insegnate nei corsi di primo livello vi è l’ipotesi che il subacqueo possa risalire in ogni istante direttamente in superficie. Certo l’insegnamento della risalita di emergenza controllata nuotando perde di valore se il subacqueo deve ancora effettuare venti minuti di decompressione! Quindi se si intende superare anche di un solo minuto la curva di sicurezza, si ricade nell’immersione tecnica, che obbliga a pianificare il profilo della stessa, il programma di decompressione (con gli eventuali programmi di emergenza) e persino la configurazione di attrezzature necessaria per risolvere eventuali problemi. Immaginate un esaurimento d’aria od un’improvvisa interruzione della sua erogazione a causa, per esempio, dell’ostruzione del tubo di pescaggio. Cosa potreste fare se non avete una riserva di aria separata e dovete ancora fare decompressione? Nessuna configurazione tradizionale adottata dai subacquei permette individualmente di risolvere questo problema, se non affidandosi completamente al compagno. E cosa si può fare se è necessario effettuare la decompressione, c’è corrente non si trova più la cima di risalita? Dovrete disporre di mulinello e pallone. Ecco quindi che superare il limite della curva di sicurezza impone di avere a disposizione riserve di gas, attrezzature speciali e di pianificare accuratamente il consumo.
Accesso diretto alla superficie
Un corollario alle immersioni in curva di sicurezza è quello dell’accesso diretto alla superficie. Lo scopo di rimanere nei limiti della curva di sicurezza è quello di garantire un’immediata risalita diretta alla superficie. Ovvio quindi che se siamo penetrati nei meandri di un relitto o di una grotta e non vediamo più l’uscita, non siamo in grado di raggiungere la superficie direttamente, anche se la profondità alla quale ci troviamo è di pochi metri! Per questo si distingue fra immersioni in grotta (“cavern diving”), cioè negli antri illuminati dalla luce solare, ed immersioni speleosub (“cave diving”), cioè in anfratti od in zone buie. Oltre all’ampiezza dei passaggi, l’elemento chiave è che il subacqueo in difficoltà possa raggiungere la superficie seguendo solo la direzione della luce.
Il sistema di coppia
Un altro fondamento delle tecniche didattiche di tutti i corsi iniziali è l’utilizzo del sistema di coppia. In genere durante i corsi è data molta enfasi all’attuazione di questo sistema durante la vestizione od il controllo delle attrezzature. È altrettanto (abbiamo qualche timore nello scrivere un più realistico “molto più”) importante dare enfasi all’applicazione delle regole del sistema di coppia in acqua! Quante volte si vedono due compagni d’immersione nuotare a discreta distanza fra loro? E pensare che bisognerebbe sempre restare a portata di braccio! L’immersione solitaria (“solo-diving”) è un’attività non molto più rischiosa di quella in coppia, se praticata con le dovute tecniche. Si tratta tuttavia di tecniche non insegnate nei corsi tradizionali, quale l’uso della maschera granfacciale per evitare di annegare in caso di crisi iperossica.
Una sola miscela con percentuale di ossigeno fra il 21% ed il 40% e PO2 massima di 1,4 bar
Un altro limite tradizionale è quello dell’utilizzo di una sola miscela respiratoria, con percentuale di ossigeno fra il 21% ed il 40% e PO2 massima di 1,4 bar, per tutta l’immersione. Una sola miscela respiratoria impedisce di commettere errori e quindi di trovarsi in situazioni pericolose, per esempio respirare la miscela errata per la profondità alla quale ci si trova. La percentuale di ossigeno superiore al 21% garantisce contro la possibilità di ipossia, una situazione pericolosissima per via della rapidità di azione, come approfondito in passato. La percentuale fino al 40% consente di non applicare particolari precauzioni nella gestione dell’ossigeno e delle attrezzature. Inoltre, insieme al limite di 1,4 bar per la PO2, ci permette di evitare approfonditi calcoli di esposizione ai diversi gas. Per considerare l’esposizione ai gas inerti si utilizzano, infatti, tabelle precalcolate o computer d’immersione. Mantenendo l’ossigeno sotto il 40% abbiamo visto (in altri numeri della rivista) che sono possibili tre immersioni di un’ora ogni giorno, quindi i calcoli dell’esposizione a questo gas non sono più necessari. Nelle immersioni tecniche, si utilizzano invece percentuali e pressioni parziali di ossigeno superiori, obbligando ad un dettagliato calcolo dell’esposizione a questo gas.
La profondità
Un altro limite tradizionale è la massima profondità di 40 metri. In questo caso tuttavia la motivazione del limite non è ben definita. Se infatti si considerano i quaranta metri come distanza da percorrere per tornare in superficie, sarebbe più raccomandabile un limite inferiore, intorno ai trenta metri. Se invece si ritiene che il limite sia dovuto alla possibilità di un alto grado di narcosi da gas inerte, sarebbe opportuno definirlo con la pressione parziale di azoto o, meglio, con la pressione equivalente ad aria. Infatti se usassimo una miscela di ossigeno, azoto ed elio, potremmo tranquillamente svolgere immersioni a 40-45 metri, con un grado di narcosi paragonabile a quello dei 30 metri ad aria. Ovvio comunque che una immersione a 80 metri, anche se svolta con una miscela tanto ricca di elio da essere paragonata ai 30 metri ad aria, resta comunque una immersione difficile e ben oltre la portata dei subacquei tradizionali! In questo caso tuttavia ci viene in aiuto il limite della curva di sicurezza, che scatterebbe ben prima di aver raggiunto gli ottanta metri.
Sistema aperto
Un altro limite è quello posto dall’utilizzo di un sistema a circuito aperto. Immergersi con un rebreather richiede un particolare addestramento, per via dei potenziali alti rischi di ipossia (soprattutto) od iperossia. Ciò vale sia per i fantastici apparecchi chiusi, sia per i meno vantaggiosi semi-chiusi che oggi si stanno diffondendo.
Condizioni ambientali accessibili
L’ultimo limite è posto dalle condizioni ambientali. Immergersi con una fortissima corrente, in un fiume, con visibilità nulla, sotto i ghiacci, con forti onde richiede tecniche specifiche, che non sono insegnate o sufficientemente approfondite nei corsi tradizionali.
Rec-Tek?
Abbiamo stabilito quindi una netta divisione fra immersioni tradizionali ed immersioni tecniche, sulla base dei limiti di sicurezza. Ecco perché una immersione o è tradizionale o è tecnica, non esistono commistioni!

Assistenza di superficie

L’assistenza di superficie
di Stefano Ruia

L’assistente di superficie è una figura che con il passare del tempo sta assumendo un ruolo sempre più importante in tutte le attività subacquee.
Nel secolo scorso (anche se si tratta solo di qualche decina di anni fa) gli assistenti di superficie dei subacquei erano catalogabili in due grandi categorie: i barcaioli veri e quelli improvvisati. Al primo gruppo appartenevano in genere vecchi pescatori che trovavano comodo incassare qualche lira, valuta allora in uso, e talvolta qualche pesce solo per portare in barca i pescatori subacquei a immergersi su una secca.
Quando il gruppo di amici subacquei raccoglieva il gruzzolo necessario all’acquisto di gommone, motore fuoribordo e carrello faceva a meno del vecchio pescatore e delle sue - tipiche – lamentele, disponendo finalmente di un mezzo proprio. Il difficile diventava a questo punto reperire qualcuno che restasse sull’imbarcazione per sovrintendere alla sicurezza dei subacquei in acqua e, soprattutto, delle cose lasciate a bordo e del mezzo stesso. Ecco quindi che si approfittava di ogni occasione: proporlo a un conoscente casuale che si era detto “interessato” alla subacquea (i migliori, in quanto davano anche una grossa mano a issare a bordo tutti i gruppi senza lamentarsi…), circuire una moglie prospettandole un ottimo “bagno di sole” anche se si sapeva benissimo che avrebbe piovuto e così via. In definitiva l’unica cosa che accomunava i soggetti del secondo gruppo era che in genere non sapevano pressoché nulla di subacquea e spesso non erano nemmeno capaci di mettere in moto il fuoribordo. Aveva senso un’assistenza di superficie come quella? Si, ma solo come “guardiani” del gommone.
Sull’altra sponda della subacquea i sommozzatori professionisti svolgevano immersioni disponendo in superficie di barche, se non navi, appositamente attrezzate. Nelle immersioni più impegnative era il “Dive Supervisor” a indicare, dalla superficie, al sommozzatore quando e a che quota risalire. L’operatore in acqua non sapeva nemmeno a che ora sarebbe riemerso. L’assistenza di superficie era quindi elemento portante e indispensabile di questo tipo di immersioni. Disporre nella subacquea ricreativa di un’assistenza paragonabile a quella del campo professionale sarebbe molto dispendioso e toglierebbe certamente il fascino di “piena libertà” di cui sono pregne tutte le nostre immersioni.
D’altra parte non possiamo certo accontentarci di avere in superficie solo i “cani da guardia” della nostra imbarcazione. Un’assistenza qualificata, preparata ed efficiente è un importante requisito di sicurezza in tutte le immersioni, soprattutto se svolte a scopo didattico.
L’assistente “qualificato”
Ma cosa dobbiamo intendere per assistenza “qualificata”? Tutte le agenzie didattiche hanno stabilito precise norme che individuano quando un assistente possa intendersi “qualificato”. Ma la loro è una esigenza specifica, infatti l’utilizzo di uno o più assistenti qualificati durante l’addestramento permette di aumentare il massimo numero di allievi per istruttore. Se non si desidera sfruttare questa opportunità, non c’è alcun bisogno che una persona rispetti i requisiti imposti dalle agenzie didattiche per svolgere il ruolo di assistente “generico”. Premessa quindi questa importante differenza fra assistente “qualificato” e assistente “generico”, approfondiamo le caratteristiche che dovrebbe avere questo ultimo tipo di assistente, ma che sono sicuramente utili anche al primo.
Chi frequenta o ha frequentato un club subacqueo sa che molti soci amano passare il proprio tempo libero dando una mano alla gestione dei corsi e delle attività extracorso. Si tratta, in poche parole, di volontariato subacqueo. Queste volonterose persone possono darci una grande mano nella gestione in sicurezza della fase acquatica di una immersione, per esempio esplorando un’area e stabilendo un percorso subacqueo interessante che gli allievi dovranno poi seguire o agendo come elementi della gestione della sicurezza (safety diver). Ovviamente requisito minimo per potere operare nella sicurezza è di avere una buona esperienza e di avere frequentato con successo un corso Rescue Diver (nel quale in genere questi “volontari” subacquei eccellono). La responsabilità del gruppo ricadrà sempre e unicamente sulle spalle dell’istruttore o dell’assistente “qualificato”, che devono esser sempre presenti in acqua. Altro tipo di safety diver è l’apneista, che risulta elemento prezioso per seguire dall’alto le evoluzioni di una coppia di subacquei principianti impegnata in esercizi di navigazione a poca profondità.
Un assistente generico può anche non essere un safety diver. Possiamo fare l’esempio di un assistente di superficie, che aiuta i subacquei durante la fase di vestizione. Tuttavia questa persona deve avere una grande cultura di attività subacquee, anche se non è necessario che sia brevettata come subacqueo. Infatti per potere assistere con efficacia chi si immerge bisogna parlarne correttamente la lingua. Non sapendo come le attrezzature siano configurate, per esempio, si potrebbe disporle involontariamente in modo anomalo, complicando lo svolgimento dell’immersione all’assistito e persino riducendo i margini di sicurezza.
Immersioni da barca
Nelle immersioni da riva, se svolte a scopo didattico, un assistente qualificato è molto più utile di uno generico. Approfondiamo quindi il ruolo dell’assistenza di superficie nelle immersioni da barca.
Gli assistenti improvvisati di una volta (conoscenti, mogli o fidanzate) a bordo delle imbarcazioni utilizzate per raggiungere il punto d’immersione, raramente sapevano immergersi e talvolta non erano nemmeno in grado di avviare il motore della barca e spostarla. Il che obbligava il subacqueo a risolvere da solo ogni problema. Oggi invece sulle imbarcazioni dei diving center resta sempre almeno una persona in grado di manovrare la barca, in modo da potere soccorrere un subacqueo in difficoltà. Per la verità questo requisito è imposto su tutte le imbarcazioni di appoggio ai subacquei dalle attuali ordinanze delle Capitanerie di Porto.
In barca l’assistente può essere molto utile, purché, come visto, sappia in che modo svolgere i compiti assegnatigli. Ma non basta perchè spesso è la divisione in gruppi a rendere più difficile la vita all’assistenza in barca. Questo è un grosso problema che spesso ci si trova ad affrontare. Alcuni subacquei hanno un brevetto di livello iniziale e poche immersioni, mentre altri sono più esperti. Se facciamo un unico gruppo dobbiamo limitare l’immersione dei più esperti a quote per loro insoddisfacenti. Per soddisfare le esigenze dei clienti siamo quindi costretti a dividere il gruppo in due. Con chi scende la guida? Con il gruppo dei principianti, che può avere più problemi oppure con il gruppo degli esperti, che, se non controllato, potrebbe facilmente “sconfinare” oltre i limiti imposti? O non scende proprio e resta sulla barca?
Il problema sussiste anche perché in genere le barche non sono dotate di un sistema di richiamo. In alcuni paesi è comune invece l’uso di sirene subacquee, che dalla barca emettono in acqua un segnale di “emergenza”. Udendo tale segnale tutti i subacquei risalgono immediatamente in superficie e guardano verso la barca per ricevere istruzioni. Se l’imbarcazione appoggio non dispone di una sirena subacquea, in caso di problema per un gruppo in immersione può non essere possibile intervenire immediatamente (magari per portare a terra un infortunato) se non abbandonando in acqua l’altro gruppo.
Per questo motivo bisognerebbe sempre disporre di una imbarcazione (tender e gommone, oltre alla barca stessa) per ogni gruppo che si trovi o che si formi (per separazione dal principale) in acqua. In questo modo alla loro riemersione ogni gruppo troverà una imbarcazione appoggio sempre disponibile.
Un assistente generico, con una preparazione adeguata, può anche coordinare una eventuale gestione delle emergenze, seguendo i piani di gestione dell’emergenza prestabiliti.
Lo stesso assistente può anche calare dalla barca una barra di decompressione o delle cime zavorrate, utili per effettuare la sosta di sicurezza. Diventano ancora più utili se i piombi sono asportabili (pesi con moschettone), per permettere a un subacqueo sottozavorrato di riequilibrare la sua galleggiabilità. E ovviamente l’assistente non dovrebbe mancare di calare a cinque metri di profondità la bombola di emergenza, con almeno due (meglio tre) secondi stadi. La rubinetteria della bombola deve essere chiusa, per evitare inutili perdite di gas. Poiché si tratta di una bombola da usare in emergenza, cioè da parte di un subacqueo affaticato o ansioso, sarebbe preferibile che fosse ricaricata con nitrox invece che con aria. L’importante è che sia ben distinguibile dalle bombole con miscele diverse (già i tre secondi stadi sono un ottimo mezzo di distinzione).
Un buon barcaiolo (o il “capitano”) predisporrà anche un sistema di ormeggio a “sgancio rapido”, per esempio con un parabordo sulla cima dell’ancora, per potere disormeggiare rapidamente nel caso debba recuperare un sub emerso lontano dal gruppo. Grazie a questo sistema il barcaiolo può filare in acqua completamente la cima dell’ancora ed essere immediatamente libero di spostare la barca. Poi con comodo potrà riprendere l’ormeggio, grazie al galleggiante. Nel contempo i subacquei in risalita sulla cima avranno la stessa mantenuta in tensione dal galleggiante di superficie e non correranno il rischio di vedere l’ormeggio scendere verso il fondo, costringendoli a risalire nel blu, sotto l’azione della corrente.
Le capacità del barcaiolo diventano essenziali quando si svolgono immersioni alla deriva (drift dive), cioè spinti dalla corrente, tipiche dei mari tropicali. Poiché sono poco faticose, queste immersioni sono le preferite dalla maggiore parte dei subacquei. Molte volte ho sentito le guide decantare nel briefing l’abilità del capitano della loro barca a seguire le bolle dei subacquei in immersione. Il che non mi ha per nulla rassicurato. Tante volte, infatti, ho visto i subacquei disperdersi dal gruppo, oppure riemergere tutti assieme per vedere la barca lontana centinaia di metri. Mi hanno molto più rassicurato i bravi sudafricani di Rocktail Bay che per questo tipo di immersioni obbligano la guida a trascinare un pedagno ben visibile in superficie … altro che bolle!
ASSISTENTE PER SUBACQUEI TECNICI
Una situazione analoga a quella dei albori della subacquea e dei loro assistenti improvvisati la viviamo oggi con l’attività “tecnica”. Molti barcaioli e molti diving hanno aperto le porte ai subacquei tecnici, che presentano per loro diversi vantaggi: si immergono tutto l’anno, non chiedono la guida e, in molti casi, svolgono una sola immersione ma pagano un “full day” per via della lunga preparazione. Insomma sono buoni clienti. Per questo il personale del diving cerca di rendersi utile in tutti i modi possibili. E nessuno sembra più bisognoso di aiuto di un subacqueo tecnico che dopo avere indossato stagna, bibombola e numerosi strumenti e accessori cerca di agganciare ingombranti bombole da decompressione. Tuttavia l’aiuto molte volte ha effetto negativo. Il subacqueo tecnico viene spesso chiamato rispondere a una lunga serie di domande del tipo «Perché questa cosa la metti così?» o simili, mentre non avrebbe voglia che di sbrigarsi e di entrare in acqua, riducendo istantaneamente il grosso peso che trasporta a terra. Oppure qualche volenteroso inizia ad aiutare e sposta erogatori, cambia il verso del boccaglio o apre (o chiude) l’isolatore del collettore. Insomma esegue alcune operazioni che costringono il subacqueo tecnico a ripetere tutta una serie di controlli e di aggiustamenti, fra molti improperi. Tanto è che se l’assistenza in barca non è preparata alla subacquea tecnica (o al proprio modo di praticarla) si preferisce alternarsi nelle immersioni e lasciare sempre a bordo almeno un subacqueo del team!
Quando la “qualifica” conta.

Nelle immersioni didattiche da riva un assistente qualificato è molto più utile di uno generico. Infatti l’assistente qualificato può accompagnare, in superficie e nelle escursioni, le coppie di allievi, sotto la supervisione indiretta dell’istruttore. Questo significa che deve essere presente l’osservazione generale delle attività d'immersione degli allievi da parte di un istruttore, che deve essere sempre presente sui luoghi di addestramento e di immersione; inoltre deve essere pronto a dirigere o partecipare a una eventuale immediata assistenza o soccorso in acqua agli allievi. Un istruttore, poi, non può consapevolmente permettere che un allievo abbandoni la zona di acqua in cui avviene l'addestramento senza la supervisione o l'accompagnamento fino a terra o alla barca di un altro istruttore o di un assistente qualificato. Permetterlo significa correre grossi rischi: in caso di incidente o di “scomparsa” del subacqueo l’istruttore può essere ritenuto responsabile legalmente per il principio della “culpa in vigilando”.
COSA DICE LA LEGGE
Le capacità dell’assistente in barca secondo la legge italiana.
La legge 130 del D.P.R. 2 ottobre 1968, n° 1639 introduce degli obblighi (segnalazione, barca appoggio, bombola a bordo) per i pescatori in apnea, poi modificati con il D.P.R. 18 marzo 1983, n° 219, ma sempre relativamente alla pesca subacquea. La direttiva n°82/010390 del 16/02/2000, trasmessa dal Comando Generale delle Capitanerie di Porto a tutti gli uffici periferici fornisce alcune precisazioni. Per esempio: il subacqueo sportivo deve essere assimilato al pescatore in apnea per quanto attiene le leggi citate; quando è presente una barca appoggio la bandiera deve essere issata sull’imbarcazione e non su un pallone segnasub;
sul mezzo deve essere sempre presente “almeno una persona pronta a intervenire”. La successiva direttiva n°82/033465 del 26/05/2003 del Comando Generale delle Capitanerie di Porto ha fatto ulteriori chiarimenti in merito, ma senza indicare esplicitamente cosa si intenda per “persona pronta a intervenire”. Una interpretazione diffusa è quella che la persona sia pronta a intervenire non in senso subacqueo ma in senso nautico e quindi deve essere in grado di mettere in moto, disancorare e, se necessario, recuperare i subacquei in corrente. Ma anche questa è solo una interpretazione della direttiva.

Fuori curva

Tek divers
Con il computer “fuori curva”
di Stefano Ruia
Il nostro computer d’immersione può essere un compagno fidato anche quando superiamo il limite della curva di sicurezza.
Nel numero scorso abbiamo visto come anche i subacquei che amano definirsi “ricreativi” svolgano spesso immersioni tecniche, in genere utilizzando la loro consueta configurazione di attrezzature e affidando al computer d’immersione la gestione delle decompressione. È una procedura sicura? Certamente no. Infatti questo modo di agire è sicuro solo se ogni cosa va come previsto e se non sorgono problemi inconsueti. In caso contrario l’improvvisazione di chi non è adeguatamente preparato a svolgere questo tipo di immersioni emerge immediatamente, trasformando situazioni solo fastidiose in problemi gravi, che conducono al panico e all’incidente.
Premesso quindi che è sempre necessario seguire un buon corso, parliamo di come gestire la decompressione nelle immersioni fuori curva. Non intendiamo occuparci di immersioni a profondità superiori alle consuete, ma proprio di quelle immersioni a 35-40 metri che portano, soprattutto se ripetitive, a oltrepassare il limite della curva di sicurezza.
Prima di tutto dobbiamo chiederci cosa sia questo limite e se la sua validità sia stata provata. Bene, oserei dire che la “curva di sicurezza” è uno dei concetti più certi che esiste nella teoria della decompressione. Non perché ne sia stata dimostrata la sua fondatezza scientifica, ma perché numerosissime prove “sul campo” (le immersioni svolte da tutti noi) hanno dimostrato che i limiti oggi utilizzati (che sono quasi gli stessi per tutti i tipi di algoritmi) sono ampiamente sicuri. Scrivo “ampiamente” e non “totalmente” in quanto non si ha una netta separazione fra immersioni in curva e fuori curva, come quella esistente fra numeri pari e numeri dispari, ma si ha un aumento continuo del rischio di contrarre una embolia, proporzionalmente al tempo passato sul fondo. Quindi la demarcazione è una linea artificiale, concepita dall’uomo per mantenere dei rischi accettabili (peraltro la percentuale di rischio non è nemmeno calcolabile, come dimostrato dal parziale fallimento degli studi della U.S. Navy sulle tabelle probabilistiche).
Restare nei limiti di curva permette di risalire direttamente in superficie, quando se ne ha bisogno, ed è quindi una procedura di sicurezza. Ma dal punto di vista fisiologico non è più tale se il subacqueo si porta a pochi secondi dal limite e risale. In termini di decompressione rischia meno il subacqueo che, magari permanendo solo pochi secondi in più sul fondo, deve obbligatoriamente fare una tappa di decompressione in risalita.
Chi rischia di più è il subacqueo che, usando un computer, risale solo quel tanto da permettergli di “restare ancora qualche minuto senza superare il limite di curva”.
Con questo non vorrei certo apparire come un difensore delle tabelle. A mio avviso le tabelle d’immersione sono un retaggio del passato. Chi conosce un poco di teoria della decompressione e sa come sono calcolate le tabelle comprende facilmente che esse siano, per le immersioni svolte oggi dai subacquei, troppo (e spesso inutilmente) restrittive, soprattutto nelle ripetitive.
Ma non è solo questo: conviene usare il computer anche per motivi di sicurezza. Questa ultima affermazione appare in contrasto con quanto affermato poco prima ma solo alla luce della teoria della decompressione. Quando passiamo dalla teoria alla pratica tutto cambia! Già nel 1992 l'American Academy of Underwater Sciences annunciò i risultati di una ricerca basata su un campione di 77.680 immersioni, svolte da subacquei dai 9 ai 72 anni di età (in proporzione 2:1 fra maschi e femmine). Il 43% dei subacquei aveva usato le tabelle della propria agenzia didattica mentre il restante 57% il computer d'immersione. Sebbene la profondità massima consentita nelle immersioni fosse di 40 metri, qualcuno si spinse fino a 60 (cambiano i luoghi ma non i comportamenti dei subacquei!); inoltre circa un quarto delle immersioni seguirono un profilo inverso (da profondità inferiori a superiori). Il risultato fu che si ebbero in tutto sette casi di embolia e due di embolia gassosa arteriosa. I sette casi di embolia furono tutti del tipo II (più gravi) ed evolsero positivamente dopo il trasporto in camera iperbarica. Di queste sette embolie, sei colsero subacquei che usavano le tabelle e una sola chi utilizzava il computer. Questo caso inoltre fu dovuto alla riemersione volontaria del subacqueo sebbene il computer, in allarme, indicasse che la sosta di decompressione non era ancora conclusa; non dovrebbe quindi essere considerato un “incidente” ma un atto di masochismo. Pur annoverando questo caso negli incidenti si ottiene che la percentuale di patologie decompressive fra coloro che usavano le tabelle è stata dieci volte più alta di quella riscontrabile fra coloro che usavano i computer. A cosa è dovuta questa differenza? È molto semplice: alla riduzione dell'errore umano, sia per eliminazione di procedure (errori di calcolo, di lettura delle tabelle, di misura del tempo, ecc.) sia per avvertimento di comportamento errato (velocità di risalita eccessiva, ecc.). Il computer infatti può avvisarci acusticamente ogni volta che raggiungiamo una condizione critica, impedendo che l’avere rivolto la nostra attenzione su altre cose ci faccia compiere errori. Usando il computer (bene) rischiamo quindi molto meno.
Fuori curva
Conoscendo il funzionamento del computer si rendono evidenti alcuni fatti importanti nella gestione delle immersioni fuori curva. Innanzitutto che non è proprio necessario risalire fino al ceiling della tappa indicata, a meno che non si voglia uscire prima o si abbia una scorta di aria ridotta. Invece di passare 5 minuti a 3 metri ne passeremo pochi di più a 4/5 metri, ma la situazione, soprattutto con mare mosso, sarà più confortevole. Unica precauzione è di porsi sopra al floor per tutti i compartimenti (o lo indica il computer oppure bisogna evitare di stare troppo profondi). Esasperando questo concetto si arriva ai “deep stops” già più volte descritti. Questa decompressione, più lunga ma meno esasperata come sovrasaturazione (più lontana dalla critica), ci aiuterà anche a compensare quei fattori che il computer non considera: raffreddamento, fatica (prima, durante e dopo l’immersione), variazioni rapide di quota, ecc.
Lasciare gestire l’immersione fuori curva al computer ha qualche svantaggio? Certamente. Come sempre nell’attività subacquea se si guadagna da una parte si perde da un’altra. Per esempio il fatto che diventa assolutamente obbligatorio avere due computer a subacqueo. Nel caso in cui uno strumento abbia un guasto dobbiamo potere contare sull’altro. Inoltre è ovvio che questa procedura può applicarsi solo per decompressioni di breve durata (10-15 minuti al massimo). Le immersioni con decompressioni più lunghe richiedono programmazione accurata, calcolo preciso del consumo e pianificazione di ogni evento potenziale. Infine è importante notare che non si può certo usare la consueta configurazione “ricreativa”, che ci sottoporrebbe a grossi rischi. Pensate se si esaurisse la bombola o si bloccasse l’erogazione quando abbiamo ancora decompressione da fare e il compagno non è vicino. Come rimpiangeremmo di non avere una riserva di aria separata! Un simile rimpianto avremmo in caso di corrente se non avessimo con noi il reel, il pallone di risalita o una semplice jon-line. Il nostro consiglio resta quindi sempre lo stesso: prima di cimentarvi in una qualsiasi immersione “fuoricurva” seguite un buon corso iniziale di subacquea tecnica. Nello scorso numero abbiamo fornito, a tal proposito, gli “indirizzi” giusti.
Il limite di curva
La “curva di sicurezza” è calcolata mediante degli “algoritmi” matematici, ovvero una descrizione matematica di un fenomeno fisico. Ma la descrizione oggi utilizzata è molto approssimativa. Non si tiene affatto conto della diffusione reale dei gas inerti, legata a molte variabili: grado di perfusione, distanza delle cellule dai capillari, composizione dei tessuti, velocità del sangue, caratteristiche chimiche del gas inerte, temperatura, solubilità del gas inerte nei diversi tessuti, ecc. Non sapendo cosa dire si ipotizza, con buona ragionevolezza, che il gas inerte diffonda nei e dai tessuti seguendo una legge del periodo di dimezzamento costante, come avviene per il decadimento radioattivo. Nell’espressione matematica di questa legge compare solo la differenza di pressione parziale, il tempo e un valore T, detto periodo di emisaturazione (o, con brutta espressione, “emitempo”), che corrisponde al tempo in cui la curva compie metà del salto che manca alla saturazione (definizione valida in ogni istante perché la curva è esponenziale). Per meglio simulare il corpo umano, non si usa un solo periodo T, ma diversi periodi, creando così dei “compartimenti” (definiti proprio dei 5 minuti, 10, 20, ecc.). Infine si ipotizzano dei valori massimi di sovrasaturazione permessa (“valori M”) accettabili per ogni compartimento (o si utilizzano quelli già definiti da altri ricercatori, come Bühlmann). A questo punto si possono calcolare i profili di diverse immersioni, determinare quali siano quelle “in curva” (che permettono il ritorno in superficie in ogni momento) e verificare sperimentalmente che siano sicure.
La convergenza dei valori M riferiti alla riemersione in superficie (M0) nei diversi modelli (quando non si ha addirittura la loro uguaglianza) fa sì che le curve di sicurezza si assomiglino tutte, rendendo molto più certa e affidabile la loro indicazione.
Il funzionamento del computer
Ogni computer d’immersione dispone di diversi compartimenti, ognuno caratterizzato dal proprio periodo di emisaturazione. In ogni istante il nostro strumento calcola la tensione del gas inerte nel compartimento. In questo modo può definire un punto su un piano cartesiano che ha per ascisse la pressione assoluta (proporzionale alla profondità) e su quello delle ordinate la pressione di inerte disciolto nel compartimento specifico (tensione tissutale). Su questo piano cartesiano è facile tracciare (fig. 1) la retta della saturazione (in verde scuro, si ha quando la tensione tissutale è uguale alla pressione ambiente) e quella della sovrasaturazione critica (in rosso, retta che unisce i valori M). Permanere nella zona compresa fra l’asse dell’ascisse e la saturazione (area verde chiaro) è sicuro perché ci si trova in sottosaturazione. Permanere nella zona fra la saturazione e la retta dei valori M (area gialla) non dà problemi perché siamo ancora nel limite della sovrasaturazione permessa. Andare a finire nella zona fra la retta della sovrasaturazione critica e l’asse delle ordinate (area in arancio) è pericoloso per via dell’alta probabilità di subire una embolia.
Immaginiamo ora di scendere a 36 metri. Mentre scendiamo la tensione tissutale aumenta lentamente fino al punto “A” (fig. 2). Restando a questa profondità la pressione ambiente non aumenta ma la tensione tissutale cresce fino a raggiungere il punto “B”. Se risalissimo alla velocità preimpostata dal computer seguiremmo la linea blu tratteggiata, arrivando in superficie senza necessità di decompressione perché resteremmo sempre nelle aree permesse (verde e gialla). Mentre se attendessimo più tempo, fino ad arrivare al punto “C”, risalendo alla velocità preimpostata giungeremmo proprio al limite della soprasaturazione permessa in superficie (valore M0). Il computer può quindi calcolare quanto tempo occorra prima che la tensione tissutale passi da B a C. Questo è il tempo “no deco” per il compartimento in esame. Ripetendo il calcolo per tutti i compartimenti, il computer individua quale è il tempo di “no deco” più breve (fra quelli dei vari compartimenti) e lo indica sul display.
Immaginiamo di oltrepassare il punto C e di permanere a 36 metri fino quando la tensione tissutale nel compartimento in esame raggiunge “D” (fig. 3). Ora il computer sa che risalendo alla velocità preimpostata non possiamo arrivare fino in superficie perché transiteremmo nella zona proibita (arancione). Quindi dobbiamo fermarci prima alla profondità di 3 metri e attendere (linea blu tratteggiata) fino quando la tensione tissutale non sia ridiscesa tanto da permetterci di proseguire la risalita sulla curva che porta a “M0”. Il computer può così calcolare la durata della tappa di decompressione a tre metri per questo compartimento. Confrontandolo con quello degli altri può trovare la più lunga che ci indicherà come durata della tappa di decompressione. Notiamo altre tre cose importanti, indicate con le linee nere sottili tratteggiate. Fino a quando non si raggiunge in risalita la pressione assoluta 2,5 bar la tensione tissutale non può scendere, quindi la cessione di gas inerte per questo compartimento inizia solo sopra i 15 metri. Per fare sì che la cessione di gas sia tale da permetterci di eliminare la quantità necessaria a potere risalire fino in superficie dobbiamo comunque arrivare almeno alla pressione assoluta di 2,2 bar; questo è il concetto di “pavimento” (floor) della tappa decompressiva. Possiamo anche risalire un poco più di tre metri, arrivando fino a 1,2 bar (2 metri) senza superare la linea della sovrasaturazioen critica; questo è il “tetto” (ceiling) della tappa decompressiva. Più ci avviciniamo al pavimento più lunga sarà la tappa (in quanto la differenza fra tensione tissutale e pressione assoluta è bassa – circa 0,3 bar al floor). Più ci avviciniamo al ceiling più la durata della tappa sarà breve (la differenza fra tensione tissutale e pressione assoluta è alta – circa 1,3 bar al ceiling). Tuttavia più sostiamo vicino al ceiling più andiamo verso la zona proibita. Effettuare delle tappe più profonde del ceiling, che saranno più lunghe, non è quindi affatto sbagliato ai fini della sicurezza, purché si disponga di una sufficiente riserva di gas. Il computer per semplicità adotta le profondità convenzionali (a metri 3, 6, 9 ecc.) ma ciò non toglie che possa calcolare le tappe anche se il subacqueo permane fra floor e ceiling, mentre se si supera il ceiling in genere lo strumento interrompe il calcolo della decompressione o va in “errore”.
Restando in profondità (punto “F” di fig. 4) il processo si ripete in modo analogo per le tappe più profonde di 3 metri, come quella dei 6 metri.
IL COMPUTER “BALLERINO”
Un paio di volte degli amici (mai sperimentato direttamente, purtroppo!) mi hanno parlato di uno strano fenomeno: il computer che improvvisamente passava da no-deco a deco per poi ritornare a no-deco, ecc. Il fenomeno scompariva appena cambiata quota.
Cerchiamo di capire come possa essere successo. Guardiamo nuovamente il nostro piano cartesiano “tensione tissutale-pressione ambiente”. Prendiamo la curva di risalita che porta a M0 (linea blu). Essa interseca la saturazione (linea verde scuro) nel punto “G”. Tracciamo la verticale di questo punto (linea nera). Il piano è ora idealmente diviso dalla linea blu e da quella nera in tre zone ben distinte. Quella in basso (sotto la linea blu) a sinistra (della verticale nera) è una zona in cui si può permanere liberamente. Se infatti ipotizziamo che il compartimento si trovi in un punto qualsiasi di questa area, con il passare del tempo esso tenderà sempre più a spostasi verso la saturazione, condizione di equilibrio finale. Poiché in questa area la saturazione è sempre sotto la linea di risalita a M0 non potremo mai andare “fuori curva”, quindi la permanenza è illimitata (per questo compartimento). Nella zona in basso a destra siamo ancora in curva di sicurezza, ma non possiamo permanere a lungo perché spostandosi il punto verso la linea di saturazione si oltrepassa la risalita a M0 e si cade nella zona in alto, nella quale bisogna fare almeno una tappa di decompressione, perché risalendo in superficie direttamente si oltrepasserebbe la sovrasaturazione critica. Abbiamo così individuato che nella zona in basso a destra siamo ancora in curva di sicurezza ma il tempo non è più illimitato. In quella in alto siamo invece già “fuori curva”.
Il punto G ha la straordinaria caratteristica di appartenere a tutte e tre queste aree. Quindi se il compartimento si trova esattamente su questo punto il computer non riesce a individuare con esattezza se il subacqueo ha un tempo di no-deco illimitato o limitato, oppure se non debba addirittura fare decompressione! Appena ci si sposta di poco tutto torna chiaro al nostro strumento che ha avuto la vista momentaneamente “annebbiata”.
Affinché il fenomeno sia osservabile è necessario che sia proprio il compartimento sul punto G quello che in quel momento “controlla” l’immersione (il più critico). Per questo l’evento è molto raro. Se vi accadesse ritenetevi fortunati … anche perché (permettete l’ironia) avete toccato il punto G del vostro computer!